[i miei ospiti #3] Cogito, dunque intraprendo, di Michele Casiero

Michele Casiero è docente di filosofia e storia, appassionato di comunicazione e molto altro. Lo si comprende dalla sua attività vulcanica e molto creativa: dal modo di coinvolgere i suoi alunni alla gestione dei canali Telegram dedicati alla filosofia e alla storia Appuntosofia e Tutta un’altra storia, dalla passione per la scrittura alla cura del podcast Sofia e Clio. Nel suo contributo Michele offre spunti che trovo essenziali: dall’utilità della filosofia nella cultura aziendale, alla connessione della scrittura con i processi cognitivi, il pensiero, la formazione. Ho scritto troppo, ti lascio al pezzo di Michele e ti ricordo che qui trovi la puntata precedente.

La filosofia aiuta l’imprenditorialità a dispiegare il suo potenziale.

Vi sembra una affermazione eretica?

Nel mondo scolastico e accademico si ritiene che la riflessione filosofica e il suo insegnamento non debbano inseguire logiche aziendalistiche e che la scuola debba difendere la tradizione culturale basata sul gesto persuasivo della parola e sulla sua capacità di disegnare orizzonti ampi, incentrati sui contenuti e sulla crescita del sapere e del pensiero critico attraverso un processo di apertura mentale.

Fuori il digitale dalle scuole!

Preferire le conoscenze, perché la categoria di competenze nasconde un significato ideologico elaborato da forze estranee alla scuola, che vorrebbero colonizzarla.

Ho ascoltato, a tal proposito, durante un incontro di studi, l’intervento di un’accademica di estrazione umanista, secondo la quale la scuola deve essere considerata un luogo di resistenza contro il neoliberismo capitalista (sic!).

D’altro canto, mi capita di ascoltare e leggere pareri che considerano il sapere filosofico astratto e, pertanto, inutile e la scuola italiana troppo lontana dal mondo del lavoro, perché troppo preoccupata a costruire nozionismo.

La scuola italiana ha un’impostazione storicista e incentrata sulle mnemotecniche, avulsa dal mondo reale.

Pertanto, se qualcuno ti definisce filosofo, preoccupati.

Ti sta dicendo che sei persona che parla, ma non conclude.

Un altro modo di dire rivolto ai docenti è: “Chi sa fa, chi non sa insegna”.

Questo preconcetto sulla filosofia, sull’insegnamento e sulle discipline umanistiche in generale nasce da un retaggio antico, che si può far risalire a Pitagora e ad Aristotele.

Si racconta che il primo abbia paragonato la società a una competizione olimpica: c’è chi gareggia, c’è chi tifa per i propri beniamini, chi partecipa per realizzare affari. Il filosofo, invece, è colui che osserva tutti questi eventi. Con distacco.

Aristotele ha definito la filosofia come conoscenza teoretica e disinteressata. Colui che fa filosofia non ha altro interesse se non quello di conoscere. E, in quanto uomo, cioè animale razionale, filosofando realizza se stesso pienamente come essere umano.

Platone, a sua volta, nel Teeteto, ci tramanda la storiella di uno stralunato Talete (convenzionalmente ritenuto il primo filosofo) che cadde in un pozzo, perché troppo impegnato a guardare il cielo. Da ciò si evince che la filosofia fosse considerata solo una modalità di vivere e non un mestiere.

Nella tradizione occidentale, vi sono numerosi esempi di filosofia legata all’ambito accademico e impegnata su questioni metafisico-teologiche lontane dagli interessi pratici e utilitaristici di coloro che svolgono lavori finalizzati al guadagno e al benessere materiale.

Ma qualcosa sta cambiando.

Nella riflessione di Alain Badiou, per citare un esempio, si parla di filosofia come evento, cioè attenzione non a ciò che è, ma a ciò che sarà. In questo contesto, un confronto con la quarta rivoluzione industriale è inevitabile. Riflessioni simili sono presenti nella filosofia di Arnold Gehlen, che lancia la sfida all’era tecnologica, non demonizzandola, ma cercando parametri etici per interpretare e vivere il futuro in un contesto ecosistemico, che superi le etiche tradizionali e l’antropocentrismo. Molto si muove anche nel panorama filosofico italiano. Luciano Floridi propone una lettura critica del concetto di informazione, mentre Maurizio Ferraris si propone di fondare un’ontologia del digitale.

E nel mondo imprenditoriale cosa succede? Basta farsi un giro sul web, digitando per esempio “filosofi in azienda sui motori di ricerca”.

La filosofia non solo interessa. Ma è vista come sapere strategico.

Mentre, infatti, nei licei italiani la filosofia è considerata “insegnamento atipico”, negli Usa sfornano manager che, facendo domande e non fornendo soluzioni preconfezionate, salvano le aziende dalla crisi. Realtà quali l’American Practitioners Association o la Cass Business school stanno diffondendo esempi di consulenza filosofica strategica. In una società basata sulla rapidità e sulla ristrutturazione delle skills, il filosofo aiuta a ragionare fuori da schemi consolidati e a trovare soluzioni sostenibili a lungo termine.

Come impattano sulla scuola queste dinamiche?

Gli studenti sono abituati a riflettere sui processi cognitivi che elaborano quando svolgono un compito o risolvono un problema. I processi formativi sviluppano una maggiore autoconsapevolezza negli attori coinvolti. Bisogna saper progettare e porsi obiettivi. Chi si occupa di filosofia ha un ruolo di ascolto attivo e di dialogo con l’obiettivo di far emergere le propensioni e i talenti degli studenti. Anche e soprattutto quelli nascosti. I filosofi, in generale, e i docenti di filosofia, dunque, possono avere un ruolo orientativo.

E in questi processi ne va anche della scrittura. Per anni si è puntato molto (forse troppo) sull’oralità. Oggi si lavora sulla scrittura filosofica. Esistono, infatti, competenze specifiche della filosofia. La scrittura di un testo argomentativo, che metta in luce alcune domande fondamentali. Lo stile filosofico è unico e molteplice. Tutti i testi si basano sul domandare, ma alcuni sono strutturati e sistematici altri brevi e penetranti. Saggi e aforismi. C’è poi l’interazione con altri linguaggi e altre forme di pensiero.

Ci sarebbe molto altro da aggiungere. Ma si potrebbe concludere con un paio di interrogativi, che ne apre altri. Cosa significa oggi pensare? E se pensare non è legato alla dimensione calcolante, è possibile aprire la dimensione di impresa ad altri linguaggi e a prospettive diverse dal riduzionismo economicista?

Ringrazio Michele Casiero per il suo prezioso contributo e ti invito a seguirlo nei canali in cui è presente. Buona filosofia e buona scrittura! E ora ti aspetto nei commenti.

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