2 + 2 fa sempre 5

Sto per scrivere delle cose strane.

Vuoi proseguire?

Condivido una breve riflessione che mi piacerebbe portare anche nella mia scrittura, professionale e personale, una volta che avrò capito bene se e come applicarla.

In primo luogo, come forse sai sono per la lentezza, che non è il contrario della velocità, e questo è la base di tutto.

Poteri nascosti?

In secondo luogo, a livello puramente intuitivo e senza aver approfondito nulla in merito, da qualche tempo sto riflettendo su alcuni – mi si passi il termine – poteri nascosti che mi sembra abbiamo come persone, derivanti da una sorta di salto, o meglio di ponte tra la nostra razionalità e un piano più istintivo.

Mi sono sempre considerata una persona creativa, ma ho anche scoperto che qualche volta sono bloccata da una forte, forse eccessiva razionalità.

In questo senso, per iniziare a sbloccarmi mi sono state d’aiuto nuove esperienze iniziate da qualche mese.

Strumenti

Per fare un esempio, alcuni semplici esercizi di teoria musicale che ho eseguito come principiante mi hanno spinto a pensare, per quel poco, anzi pochissimo che credo di aver fatto, che come esseri umani siamo dotati di una strumentazione raffinatissima: ci farebbe bene conoscerla meglio, e in più ci converrebbe avere fiducia in lei.

In questi esercizi, probabilmente molto semplici per una persona che conosce davvero la musica, sono stata costretta a smettere di ragionare su quello che stavo facendo nel preciso istante presente, per fermarmi su quanto avevo ascoltato appena prima, su quanto potevo leggere appena dopo e sull’unire tutto questo al gesto delle mie mani, ciascuna delle quali doveva eseguire un compito diverso.

Con un altro ingrediente in più, al quale non avevo mai pensato: la fiducia.

Digressione: dai il tempo, tieni il tempo

Si è trattato di fidarsi di una nuova abitudine presa da una parte del mio corpo, in questo caso dalle mie mani, vale a dire tenere il tempo.

Tra l’altro: tenere il tempo, dare il tempo. Ma chi lo tiene, chi lo dà, il tempo? Chi sono io per prendere o dare il tempo?

E prima di tenere il tempo, il mio tempo, chi lo aveva tenuto, o dato, prima?

Ma qui si apre un altro discorso, cui ho già fatto cenno qualche mese fa:

Dai tu il tempo. Chi? Io? Che cosa? È bastata una richiesta a smuovere qualcosa di imprevisto, una richiesta forse abituale per un buon maestro che insegna teoria musicale, ma non per una allieva un po’ anziana che cerca di perdere vecchie abitudini e di trovarne nuove e buone. Il tempo è qualcosa che la musica misura, con la precisione che serve per comprenderlo ma non per levargli il suo respiro di infinito. Al tempo non si comanda, ma lo si può vivere dandogli il massimo valore. Questo è stato il corto circuito di pensieri, nell’istante in cui il maestro attendeva il mio tempo, sorridendo. Allora, dai tu il tempo?

Fidarsi della fiducia

Collegata a questa sensazione di ascolto del prima e di visione del dopo, c’era la consapevolezza di ciò che stava facendo il mio corpo in quel momento.

Ma non era una consapevolezza qualsiasi: era una sorta di fiducia nel fatto che non tutto fosse chiuso nelle mie mani o che tutto dipendesse da loro, ma che ci fosse qualcosa di molto più grande, una prospettiva impensata e vasta, un orizzonte in questo caso musicale, a con-tenere, a tenere insieme il tutto.

Quindi, se non tutto dipende da me, perché mi devo accanire?

Ciò che ho sperimentato nei miei primi passi musicali è, forse, applicabile anche altrove?

Imprevisti e conti che non tornano

Nel vissuto quotidiano ci sono dei processi, degli avvenimenti che possiamo facilitare a seconda del nostro atteggiamento, e a volte succede qualcosa di imprevisto: la somma dei singoli eventi non è perfetta, anzi, il risultato è maggiore di ciò che ci si aspettava.

Questa cosa mi è accaduta anche lavorando con un buon team: il risultato non è mai la somma perfetta di tutte le competenze, ma è molto di più, il valore creato è molto maggiore, il risultato molto più grande e ricco di nuove connessioni.

Banale? No.

Prima e dopo

Ma che cosa succede, allora?

Mi sono accorta che, per esteso, intorno ad ogni nostro gesto, come intorno ad ogni nostra parola, c’è un intero ecosistema, fatto di istanti presenti circondati da un prima, da un dopo e da un ponte di intuizione che fa compiere dei salti tra quanto si pensava di non saper fare e quello che poi invece sarebbe stato fatto, con molta sorpresa e meraviglia.

Qualche volta mi trovo a pensare: e se applicassimo ovunque questa percezione intuitiva non potremmo fare tutto molto meglio, anche sul piano delle relazioni e della comunicazione, con meno preoccupazioni e più soddisfazione?

Non si tratta di empatia, o meglio: non solo.

Si tratta di una visione molto più ampia e aperta al nuovo, capace di fare tesoro del prima e che a volte sa leggere il dopo, ma senza vincolarlo.

Ora dimmi: ho una fervida immaginazione, oppure ho bisogno di riposo?

2 + 2 fa sempre 5

Mi viene in mente un detto diffuso: in ogni cosa che intraprendi, butta il cuore oltre l’ostacolo.

E, se non fosse sufficiente: 2 + 2 fa sempre 5, borbotta mio padre.

[aggiornamento: nella storia, la questione del 2 + 2 = 5 ha avuto anche implicazioni complesse se non inquietanti, come ho scoperto qui, ma in questo breve articolo rimango sul concetto di un pensiero creativo che non si costringe in una gabbia, desideroso di ritrovarsi ampliando i propri orizzonti]

Gli elementi imprevisti, gli elementi catalizzatori, che connettono, che fanno spiccare il volo sono forse poco visibili e in apparenza deboli.

Sono segnali da non sottovalutare, ma sempre presenti: per chi li vuole cogliere.

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