Colore Muba: tuffarsi nella luce. Di bambini, artisti e progetti al femminile

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Fino al 7 gennaio 2018 a Milano è aperta Colore. Giocare con la luce alla scoperta del colore, la mostra-gioco dedicata ai bambini dai 2 ai 6 anni che guida a scoprire la luce, un elemento immaterico ma tanto strettamente legato alla materia e alla vita di ogni giorno.

Un progetto, tanti sguardi

Sono diversi gli attori del progetto Muba e, nello specifico, della mostra-gioco Colore.

La squadra al femminile che ha dato vita ad una realtà articolata, capace di dialogare con il mondo della didattica, della creatività, della scienza, della cultura, questa volta si è messa in gioco con protagonisti di contesti diversi per aiutare i visitatori a ritrovare uno sguardo aperto, curioso, desideroso di approfondire.

Gli artisti che hanno aderito a #ColoreMuba – questo è l’hashtag ufficiale – mettono il loro bagaglio creativo e progettuale al servizio dei bambini, per stimolare e far crescere un modo sempre fresco di osservare la realtà che ci circonda.

Ciò che mi porto a casa dalla visita – come mamma rimasta, non troppo in fondo, bambina – è la voglia di una prospettiva positiva, intraprendente, da coltivare e far diventare allo stesso tempo naturale: cercare connessioni nuove nella vita quotidiana significa trovare ogni giorno lo straordinario nell’ordinario.

Muba: un progetto al femminile

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Scoprire che il progetto del Museo dei Bambini di Milano ha le sue radici in un team quasi tutto al femminile mi ha permesso di approfondire un’esperienza che mi aveva già colpito per la qualità della visione e della prospettiva: tornare al Muba è stato ancora più sorprendente.

Muba sviluppa e diffonde l’educazione non formale, al fine di promuovere una cultura innovativa per l’infanzia con al centro l’esperienza diretta dei bambini, secondo il metodo pedagogico dei Children’s Museums.

Donne e professioniste sono al centro del progetto Muba: da Elena Dondina presidente a Barbara Merati direttore creativo.

La nostra volontà di affrontare un tema complesso e di scomporlo fino a renderlo il più leggero possibile è ben visibile all’interno del percorso della mostra-gioco. I bambini, infatti, sono chiamati a compiere gesti semplici e istintivi che appartengono al loro quotidiano,

spiega Barbara Merati.

Francesca Valan, colour designer e co-curatrice di Colore, ha accompagnato i visitatori durante la giornata di inaugurazione avvenuta lo scorso 9 maggio, con la pazienza e l’entusiasmo di chi insegna a vedere con occhio nuovo tanti aspetti abituali della realtà in cui siamo immersi.

Artisti per dialogare con la luce

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Quattro installazioni sono al centro della mostra-gioco Colore: si possono osservare, toccare, attraversare.

Luce comanda color affronta le sinestesie e la percezione dei colori ed è arricchita dagli scatti del fotografo e scrittore Massimiliano Tappari.

Esci dall’ombra ha come tema l’RGB e la (s)composizione della luce e vede il supporto del creativo Mao Fusina.

Che occhio! è dedicata alla visione in natura e presenta delle illustrazioni realizzate da Nina Cuneo.

Dove ti nascondi? racconta e svela la mimesi degli animali, grazie alle illustrazioni realizzate dal duo creativo Carnovsky.

L’esperienza dei bambini e il ritorno al quotidiano

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Li lascio alla fine ma sono i più importanti di tutti: parlo dei bambini, i protagonisti assoluti e i destinatari della mostra-gioco Colore. Senza dimenticare quanto la visita possa giovare anche agli adulti.

Come illustra Francesca Valan,

l’obiettivo della mostra è sperimentare la relazione del colore con la luce e rafforzare attraverso il gioco il legame e le regole che tutti viviamo ogni giorno con il colore. Un suo utilizzo corretto porta al miglioramento del nostro spazio visivo e della qualità della nostra vita quotidiana.

In questo articolo non mi è possibile svelare tutto ciò che ho appreso: posso solo tentare di incuriosire, per spingere a guardare il mondo con occhi sempre nuovi. E, tra un gioco e l’altro, si può anche scoprire come vede i colori un unicorno.

La mostra-gioco Colore è una ottima occasione per avviare i bambini a questo lavoro su se stessi, per aiutarli a sviluppare una più ricca relazione con la realtà.

Le proposte di gioco presenti in mostra sono rivolte in particolare ai bambini degli asili nido e delle scuole dell’infanzia.

La capacità di utilizzare propriamente i colori non è un dono di natura, ma è frutto di una corretta educazione. Come la musica, il colore ha delle precise regole armoniche, ed è importante imparare a scoprirle fin dall’età prescolare. Capire il colore consiste nell’imparare a vedere; saper vedere fornisce nuove chiavi di lettura della realtà.

Questa è la visione alla base di Colore: un approccio educativo prezioso da trasporre nella vita di ogni giorno, con emozione e voglia di esplorare.

Hai visitato anche tu la mostra-gioco Colore al Muba? Lascia nei commenti la tua esperienza e le tue impressioni.

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Scrivere per il web: approccio umano e strategico, Latina 27.01

Alzai gli occhi offuscati: in alto, vertiginoso, vidi un cerchio di cielo così azzurro da parermi di porpora.

Jorge Luis Borges, “L’immortale”, in L’Aleph

Questa frase è tratta da un libro di racconti: che cosa c’entra tutto questo con il copywriting e con la scrittura professionale?

Sono parole che generano attenzioneSono parole che creano sorpresaSono parole che costruiscono un effetto visivoSono parole che esprimono una voce unicaSono parole memorabili.

Proprio come dovrebbero essere le parole che riguardano il personal branding e il corporate branding.

In fondo a questo breve post condivido il link alle slide del mio intervento sul copywriting che ho tenuto alla giornata di formazione Social Girls – Rosa Digitale, organizzata da Cosedabionda di Alessandra Ortenzi e Valentina Baldon.

L’evento si è svolto il 27 gennaio 2017 presso BIC Lazio Incubatore d’impresa, nella sede di Latina.

Ringrazio per gli scatti Rita Fortunato (foto in alto a destra), Sara Daniele (foto a destra al centro e a sinistra in basso) e Bruna Athena (foto in basso a destra).

Il mio speech è racchiuso nella presentazione che ho postato su Slideshare. Ecco il link:

Scrivere per il web: approccio umano e strategico

Buona visione e buona lettura!

[link] Alla scoperta di nuovi scenari del copywriting, intervista a Federica Segalini

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Oggi sono ospite di Keliweb, che mi ha intervistata. Ringrazio di cuore Vincenzo Abate e il suo staff per la bella opportunità che mi hanno offerto. Ed ecco a voi cosa ne è uscito… Alla scoperta di nuovi scenari del copywriting, intervista a Federica Segalini.

Vietato non toccare. Giocare con Bruno Munari: una esperienza analogica

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In una mezza giornata di emozioni sono confluite la parte bambina di me, la vita segreta del copywriter (analogico) e la mamma in cerca di nuovi spunti creativi per i suoi pargoli.

Visitare un museo – a modo mio – è parte delle attività che amo da sempre. Far rinascere #lapartebambinadime in ogni occasione possibile è fonte di gioia, ma anche una scelta a volte faticosa per vivere meglio.

Visitare la mostra Vietato non toccare al Muba Museo dei Bambini di Milano ispirata all’opera e alla didattica di Bruno Munari è stato il connubio di queste due esperienze, complice una zia innamorata del proprio nipote.

Alla ricerca del mondo analogico

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Ho scelto di scrivere questo post perché la dimensione analogica della vita è essenziale accanto al digitale in cui viviamo ogni giorno.

Ciò vale per gli adulti e a maggior ragione per i bambini, che devono imparare sin da piccoli a relazionarsi con la realtà e a lasciarsi libero del tempo per assorbire quegli elementi funzionali a stimolare la curiosità, la voglia di sperimentare, le nuove connessioni creative.

Si tratta di strumenti cruciali prima per la vita personale, e poi – in un futuro che non è mai troppo lontano – per la vita professionale.

Perché è vietato non toccare

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Visitando la mostra Vietato non toccare ho avuto occasione di sperimentare sulla mia pelle la sapienza creativa e didattica di Bruno Munari, artista designer che in tutta la sua attività ha operato per coltivare la fantasia, l’immaginazione e la creatività dei bambini.

Visitare la mostra Vietato non toccare ha avuto il significato di un viaggio alla riscoperta del mondo analogico, così importante per ognuno di noi e soprattutto per i più piccoli già immersi nel digitale.

Sperimentare con i nostri sensi

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Come potete vedere dalle foto, in questa mostra-gioco interattiva mi sono divertita molto ma ho imparato anche tanto. Confesso di aver abbandonato la visita guidata più volte per fare esperienza degli oggetti di Bruno Munari, con le mie mani. Confesso di aver visto bimbi pazienti mettersi in fila dopo di me per aspettare il loro turno.

Vi illustro alcune tappe del percorso, una selezione di suggestioni che provo a raccontarvi. Invito voi a visitare di persona la mostra con i bambini: il divertimento e gli insegnamenti che potete trarne sono assicurati per tutti.

Colori e materia: creiamo un libro

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Con le nostre mani è possibile dare vita ad un piccolo progetto che possiamo portare a casa. All’inizio del percorso ci rechiamo in uno spazio con tanti tavolini a misura di bambino, in cui troviamo pastelli a cera colorati, foglietti di carta di vario colore già preforati e, infine, porzioni di superficie materica di diverso tipo, su cui possiamo sperimentare la tecnica del frottage.

Quando sovrapponiamo il foglio di carta ad una delle tante mattonelle materiche a disposizione – legno, metallo, materie plastiche, tutte diverse tra di loro al tatto oltre che alla vista – e passiamo il pastello colorato sul foglietto, possiamo ottenere una serie infinita di texture e combinare tra loro, a nostro piacimento, forme e colori. L’effetto è ancora più bello e luminoso se usiamo pastelli chiari su un foglietto nero.

Al termine del gioco possiamo rilegare i nostri disegni con un cordoncino che ci viene fornito: porteremo con noi un piccolo album creativo che possiamo replicare a casa tutte le volte che vogliamo, divertendoci a trovare di volta in volta una superficie nuova di cui avere l’impronta.

Con tutto il corpo: entriamo nelle scatole arredate

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Una tappa del percorso molto amato dai bambini – e non solo – consiste in una serie di cubi di legno cavi, con il lato di circa un metro, all’interno dei quali è possibile entrare con tutto il corpo.

Ogni cubo ha un arredo interno realizzato con materiali differenti: dalle pareti a specchio all’imbottitura interna su tutte le dimensioni per creare una sorta di divano-nido cavo, dalla tappezzeria scura ai morbidi cuscini. Per lasciarvi la sospresa non vi rivelo tutto e lascio a voi il gusto della scoperta.

Ogni visitatore è libero di interagire con ogni cubo arredato, può entrare a piacimento dove vuole e in qualsiasi successione, può tornare più volte sui propri passi e creare così il proprio percorso sensoriale attraverso la vista, il tatto, l’udito e anche l’olfatto.

Immagini e fantasia: costruiamo una storia

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Vi racconto un altro tratto della mostra capace di coinvolgere sia i bambini sia gli adulti.

Si entra in un lungo spazio arredato con una parete luminosa dove sono esposte tante schede quadrate trasparenti che riportano un disegno colorato ciascuna: un cielo stellato, una luna, una scala, un albero, un omino con l’ombrello, un ciuffo d’erba.

Possiamo scegliere diverse schede e, appoggiandoci su piccoli tavoli luminosi adatti ai bambini, siamo invitati a comporre una storia sovrapponendo tra di loro i disegni presenti su ogni scheda.

L’obiettivo del gioco è far raccontare ai bambini la storia ispirata dai disegni che mano a mano si sovrappongono.

Inutile dire che hanno dovuto insistere per farci visitare le altre sezioni del percorso. Noi per ora, un pochino a malincuore e con tanta voglia di ripetere l’esperienza a casa, ci spostiamo verso l’area pranzo e lasciamo a voi il piacere di scoprire quello che non vi ho raccontato.

Vietato non toccare: info pratiche per visitare la mostra

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La mostra è visitabile fino al 26 marzo 2017.

Come illustra il sito web Muba,

Vietato non toccare è una mostra-gioco interattiva per bambini dai 2 ai 6 anni alla scoperta del lavoro di Bruno Munari. Realizzata da Muba e Associazione Bruno Munari con la collaborazione di Corraini Edizioni.

Il Muba ha sede presso la Rotonda della Besana, un vasto complesso architettonico in stile tardobarocco.

Indirizzo: via Besana 12, Milano. Ecco come raggiungere il Muba.

Posteggio: in zona ci sono alcuni parcheggi coperti a pagamento per chi arriva in macchina.

Ingresso: bambino 8 €, adulto 6 €. Sono possibili altre opzioni di prezzo per famiglie e visitatori aggiunti.

La visita è guidata e ha una durata di circa 75 minuti. Gli ingressi sono a orari fissi e occorre verificare sul sito web la disponibilità di posti e prenotare la propria visita. Occorre anche verificare sul sito gli orari di apertura che possono subire modifiche durante le festività.

Tutte le info sono reperibili in questa pagina web.

Vi ricordo di recarvi al museo con calze non bucate 🙂 I visitatori devono togliere le scarpe, sia i bambini, sia gli adulti che li accompagnano.

Potrete completare la visita con uno sguardo al Bookshop, in cui è possibile trovare libri d’artista e alcuni tra gli oggetti incontrati in mostra.

Per concludere in bellezza rimane da menzionare il quinto senso, il gusto. Bistro è un ambiente delizioso dove è possibile mangiare con comodi posti a sedere. Se desiderate fermarvi in questo spazio è consigliato riservare il posto.

Buona visita! 🙂

Ti è piaciuto l’articolo, oppure hai già visitato la mostra e vuoi parlarne? Ti aspetto qui sotto nei commenti.

Lentezza, tempo e creatività. Un libro letto, e un altro da leggere

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Come è possibile vivere la dimensione della lentezza in un mondo sempre più vorticoso e in preda alla velocità? Eccovi una riflessione personale, non esaustiva, non scientifica e puramente improntata alla mia esperienza, da cui sarebbe bello aprire un confronto.

Pensiero lento e pensiero rapido

Lentezza: oggi torno a uno dei temi che mi stanno particolarmente a cuore.

Accanto alla lentezza, in questo post troverete tanti altri spunti su cui ho riflettuto e su cui sarei felice di stuzzicarvi: in ordine rigorosamente sparso vi parlerò di memoria, no al multitasking, utilizzo strategico del tempo, creatività, otium, libri.

Pensiero lento e pensiero rapido: partiamo dall’elemento che ha scatenato questo post, e cioè dall’arte di incastrare frammenti di pensiero lento all’interno di una successione di pensieri – e azioni – rapidi.

Elogio della lentezza

Questo post nasce dal libro Elogio della lentezza di Lamberto Maffei: è un piccolo volume che sintetizza molto bene, dal punto di vista delle neuroscienze, la differenza e l’abbinamento tra i due approcci – lentezza e rapidità – nella nostra vita di esseri umani.

Ho apprezzato il libro per la sua grande chiarezza e per la sua capacità di toccare diversi ambiti culturali, dall’educazione nella scuola alla letteratura, dall’arte all’economia.

Il libro va a coronare una serie di miei pensieri sparsi sulla lentezza che finalmente posso considerare non del tutto folleggianti e che, anzi, sto cercando di praticare – con buoni risultati devo dire – nella mia stessa vita personale e professionale. Spero quindi di offrirvi uno spunto utile su cui riflettere e confrontarsi.

Il tempo è la nostra ricchezza

Il concetto da cui prendo avvio è il tempo.

Il tempo è denaro, come si dice più o meno consapevolmente. Sì, ma quale tempo? Quel tempo in cui riusciamo a non programmarci, a non organizzarci, a lasciarci stupire dalla natura o da un’opera d’arte è tempo guadagnato per noi, tempo che va ad arricchire la nostra vita personale e, alla lunga, tutto il sostrato che sta alla base della nostra professionalità.

Il tempo è ricchezza, se lo usiamo per noi stessi e per crescere come persone. Mi sbilancio ed esagero, ma non troppo: la crescita professionale è la conseguenza naturale di un utilizzo cosciente e strategico del nostro tempo.

Usiamo bene la nostra memoria

Al buon uso del tempo collego il buon uso della memoria. Inizio con un aneddoto tra il serio e il faceto, di cui sono protagonista.

Anni fa ho fatto da sola il mio primo viaggio molto lungo, in previsione del quale avevo la sensazione che avrei potuto perdere la memoria, come se dovessi spostarmi in un altro universo, in un’altra dimensione. Se volete ve lo racconto, altrimenti saltate al paragrafo successivo.

In quella occasione – come se il trasferirmi altrove dovesse comportare una modifica definitiva su di me, come poi è realmente avvenuto, ma in un altro modo – ho messo in valigia una serie di biglietti scritti a mano con i miei numeri di telefono, il mio indirizzo di casa, i nomi dei miei cari e dei familiari e altre informazioni personali che io non dovevo perdere, per me stessa.

Questo per introdurvi a ciò che penso della memoria, a partire dalla netta contrapposizione tra il tutto e subito e il tempo della memoria e della riflessione.

L’otium ci salverà

Tra i miei pensieri ricorrenti, c’è quello per cui a causa delle parti più negative della nostra cultura, o dis-cultura, nei bambini della nostra generazione e delle successive possano andare persi la memoria e il pensiero lento. Per questo motivo regalo, soprattutto ai bambini, quasi esclusivamente libri o oggetti che insegnino una fruizione lenta, curiosa e creativa.

Bisogna insegnare ai bambini – ma anche gli adulti devono imparare – ad annoiarsi, ad avere davanti a sé un tempo vuoto, non organizzato.

Bisogna insegnare ai bambini a ritagliarsi dei momenti in cui non avere nulla da fare, ad investire un certo tempo in quello che corrisponde al concetto di otium nella cultura e nella lingua latina: è proprio in questo tempo che nascono connessioni impreviste e premesse creative.

Lasciamo spazio alla mente

Vi faccio subito un esempio di come lasciare spazio al cervello e alla mente.

Fino a una decina di anni fa – ero giovane, anche – ho sempre avuto ottima memoria, sia a breve termine sia a lungo termine, ed ero effettivamente multitasking.

Poi è successo qualcosa: ho iniziato a fare un uso diverso della memoria a breve e a brevissimo termine, nel senso che sono stata spinta ad utilizzarla di meno.

Credo che questo sia avvenuto prima di tutto a livello fisiologico, visto che la gioventù ormai non è più così vicina, ma sono propensa a ipotizzare che sia avvenuto anche per una sorta di sopravvivenza, per lasciare aria al mio cervello affinché – penso io – potesse funzionare meglio.

Creatività e memoria a lungo termine

Mi sono accorta di questo processo di alleggerimento della memoria alcuni anni fa e da allora, in modo consapevole, cerco di non utilizzarla troppo né di forzarla, perché mi rendo conto che perderei spazio importante per l’imprevisto e soprattutto per connessioni e associazioni nuove.

Per una mia prediposizione personale mi segno tutto in modo analogico su carta, biglietti, agenda. Se non facessi così, ho la sensazione che non potrei avere mai la testa libera, sarei sempre impegnata a ricordare forzatamente e non darei nessuno spazio alle prime scintille di immaginazione che poi, con adeguato processo, portano alla creatività.

Faccio invece molta leva sulla memoria a lungo termine, quella rivolta al tempo passato, di cui cerco di conservare e trasmettere emozioni e sensazioni che rendano ricco e consapevole il mio presente.

Perché allontanarsi dal multitasking

Per quanto riguarda il multitasking, da quando al lavoro ho unito famiglia e figli ho capito che questa pratica, ma soprattutto la volontà di essere multitasking, mi avrebbero danneggiata.

Nei limiti del possibile, perché poi la vita ti costringe di fatto ad esserlo, cerco di non agire in multitasking in modo volontaristico.

Cerco di procedere a compartimenti stagni, cerco di concentrarmi su una attività per volta. Per raggiungere l’obiettivo e svolgere le attività più complesse individuo ore di tranquillità quasi totale e scelgo approcci particolari.

Ad esempio, sfrutto i lavori metodici o manuali come se fossero una fucina di tempo deprogrammato. Il lavaggio dei piatti, la piegatura dei panni, la pulizia dei pavimenti e altre amenità non sono mai stati, per me, così piacevoli e produttivi. Provare per credere!

Un libro da leggere

Concludo con un proposito di lettura: Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman, suggeritomi qui da Riccardo Scandellari, un libro al vertice della mia lista dei desideri da ormai troppi mesi. E voi, lo avete già letto? Che cosa ne pensate? Vi aspetto nei commenti.

Vedere in bianco e nero, scrivere a colori

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Parole e immagini, testi e fotografia: è utile creare una connessione tra il mondo della scrittura e il mondo della visione?

Premessa

Qui non si parla di come costruire i post, ma di un approccio di base. Per i preziosissimi seguaci di questo blog non è più un segreto che nel mio percorso siano accostate le due dimensioni, parola e immagine.

Di conseguenza sin dall’inizio ho scelto di inserire nel blog, con una buona dose di trepidazione, solamente fotografie scattate da me. Se anche questa volta sei coraggioso e paziente e vuoi leggermi fino in fondo, provo a raccontarti come agisce sulla mia attività di scrivente-occhialuta la mia passione di vedente-con-obiettivo.

Ti lascio una riflessione emozionale sulla mia esperienza fotografica in bianco e nero correlata alla scrittura. In ordine sparso troverai anche: una piccola nota sull’uso del colore, un grazie diffuso, uno sconfinamento nella tua vita personale senza chiedere permesso, una lacrimuccia finale.

Vedere ciò che non si vede

Fotografare in bianco e nero è faticoso. Vedere in bianco e nero è un percorso di estrazione di segnali, di indizi, di elementi per dare rilievo alle suggestioni ed emozioni che provengono dalla realtà, anche quella più comune e quotidiana. Vedere in bianco e nero è, paradossalmente, un modo per riscoprire ciò che non si vede dandogli una visibilità nuova, facendo leva proprio sulla mancanza di quell’elemento così importante che è il colore. Vedere in bianco e nero è come colorare senza colore. Vedere in bianco e nero è come svelare i segreti che si nascondono dietro al colore.

Per questo, a volte, penso che fotografare a colori – pratica che amo allo stesso modo – sia molto più faticoso rispetto al fotografare in bianco e nero.

Il bianco e nero toglie subito ogni distrazione e, se vogliamo, ci trasporta immediatamente sotto la pelle del mondo che vediamo, in una dimensione che percepiamo subito essere diversa ma ancora in grado di raccontare. Basta pensare, per fare un esempio alla portata di tutti, alla sensazione di lontananza-vicinanza che proviamo di fronte ai vecchi fotoritratti di famiglia in bianco e nero, tralasciando il fatto se siano stati scattati o meno da un occhio creativo.

Colore & bianco e nero a confronto

Rispetto al bianco e nero, per quanto mi riguarda fotografare a colori richiede un discernimento ancora maggiore perché, seppur colorata, la fotografia non è – mai, né a colori né in bianco e nero – una pura e semplice ripetizione o trasposizione oggettiva del reale. Quindi la mia percezione è che, fotografando a colori, il lavoro di astrazione necessario debba ulteriormente crescere.

Detto ciò, torno alla fotografia in bianco e nero e alla continua riscoperta che ne sperimento. Non riesco, neppure sforzandomi, a definire la fotografia in bianco e nero come una cosa vecchia. Anzi, mi sembra che il bianco e nero offra la possibilità di un approccio sempre nuovo, diverso, laterale, parallelo o profondo, a seconda dei casi. Un approccio che non è mai scontato, un approccio necessariamente parziale perché corrisponde ad uno sguardo e ad una emozione da esprimere e condividere, un approccio che intuisce una potenzialità: dare ad ogni scatto una interpretazione nuova della realtà.

Nella mia esperienza fotografare in bianco e nero è un processo di riconoscimento, selezione, tessitura, composizione che assomiglia alla creazione – ma preferirei dire alla invenzione, nel suo significato di ritrovamento – di un testo.

Ciò che conta è il nostro approccio alla realtà

Partiamo dalla fine del processo. Nessun testo, breve o lungo, nasce all’improvviso. Può essere scritto di getto, accade certamente e in sé non è un male. Nel migliore dei casi, però, ciò accade solo alla fine di un lungo percorso preparatorio – fatto di sedimentare, decantare, distillare – che conduce lo sguardo, la mente, il cuore a  individuare e soprattutto a connettere le immagini, le suggestioni, le emozioni principali che costituiranno l’anima del discorso.

Quando l’attenzione che poniamo alla realtà è desta, curiosa e consapevole, gli elementi che ci interessano possono riemergere da un momento all’altro e dai contesti più vari che abbiamo precedentemente vissuto, percepito, assimilato, amato: dalla vita di ogni giorno, dalla letteratura, dall’arte, dalla natura.

Questo percorso, che si potrebbe chiamare – con estrema cautela – processo creativo, non nasce dal nulla, ma da tracce che ognuno di noi può cogliere in qualsiasi situazione e in qualsiasi momento della vita. Ciò che fa la differenza è il nostro approccio alla realtà, la voglia di guardarla da punti di vista sempre nuovi in grado di rivelarci prospettive impreviste.

Scrivere significa ritrovare

Concludo con un parallelo che proviene dalla mia esperienza, è un tirare le fila più o meno condivisibile e forse anche più o meno comprensibile, ma questo me lo dirai tu che con coraggio e pazienza prosegui nella lettura.

Come la redazione di un testo – più o meno emozionale a seconda dei casi, ma il processo creativo per me non cambia – ricava qui ed ora la propria sostanza dal mio vissuto personale accumulato amorevolmente negli anni, e man mano che si sviluppa è in grado di far ri-emergere ritagli di vita, emozioni, sensazioni, alla unica condizione di aver dato loro valore e peso nel mio spazio-tempo passato, così la fotografia in bianco e nero è in grado di ri-mostrarmi qui ed ora anche ciò che adesso non si vede: un ricordo dimenticato, un luogo somigliante, una sensazione già provata, perché nel tempo li ho amati, elaborati, resi parte di me. Ciò significa ri-vivere, ri-trovare, ri-conoscere.

Guarda in bianco e nero, vivi (e scrivi) a colori!

Tutto ciò per dirti con quanto amore e dedizione arrivo a confezionare un testo, breve o lungo che sia. Per me è la soddisfazione più grande, e ti spiego perché. Ci metto dentro ciò che di meglio la vita mi ha offerto e mi offre. Si tratta di una scelta non sempre facile, che mi costringe ad affrontare tutto con positività.

A volte è una vera e propria scommessa. Cose da pazzi in un mondo folle. Per questo sono grata al mio ex capo, di cui taccio qui i difetti, ma così splendidamente tenace e visionario – se mi sta leggendo lo saluto in diretta. Sono grata a chi mi ha insegnato molto, anche senza saperlo. Sono grata ad un mestiere in grado di darmi ogni giorno qualcosa di importante. Ho volutamente sorvolato qui sugli aspetti strettamente tecnici per raccontarti la parte più emozionale, forse più intima e unica del mio lavoro.

Ora che sta per scenderti (forse) la famosa lacrimuccia, mi intrufolo nella tua vita e ti faccio una proposta: prova a vedere in bianco e nero ciò che ti circonda. Cerca chiarezza e senso nella complessità, non farti distrarre. Less is more: seleziona ciò che è davvero importante per te e costruisci su quella base il tuo percorso, che – se vorrai – da personale potrà diventare un’avventura professionale. Guarda in bianco e nero, vivi a colori!

Ora tocca a te

Ti è piaciuta questa riflessione? L’hai trovata comprensibile? Aiutami a migliorarla, lascia qui sotto il tuo commento. Grazie!

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Approfondisci il tema da una diversa prospettiva: Tra parole e immagini. Contrappunti

Scrivere. Con le mani in pasta

Scrivere. Con le mani in pasta - Nuovicontesti

Da qualche tempo avevo un post sulla punta delle dita. Letteralmente. Per me le mani sono antenne, archivio, strumento. Ecco la mia versione dei fatti, volete darmi la vostra? Vi avviso: il mio è un volo pindarico, però… io ci credo! 🙂

Per me scrivere – per un’azienda, per un bambino, per un adulto, per un amico, per me – significa metterci tutta me stessa, comprese le mani. Come corollario, alla fine di certe sere ho più appunti sul dorso delle mani che sui post-it che tendo a disseminare ovunque.

Il tempo che utilizzo per scrivere è molto minore rispetto al tempo in cui – nella mia testa e soprattutto nelle mie mani – si forma ciò che andrò a stendere sullo spazio bianco. Questo continuo stratificarsi è anche ciò che, tra gli altri fattori, favorisce l’efficacia: scrivere la cosa giusta al momento giusto.

Un processo che porta a generare la parola. Dentro un nido, in un luogo caldo, in un luogo vissuto. Empatia, contesto, pertinenza. E da ogni contenuto nasce a sua volta qualcosa. Nuove connessioni, relazioni, interazioni. Che hanno bisogno di essere coltivate, e quindi di tempi lunghi per portare a ciò che è duraturo. Ogni testo, per breve che sia il contenuto, così come ogni immagine, ha motivazioni e conseguenze.

Scrivere è un piccolo modello di vita. C’è sempre un prima, c’è sempre un dopo. Nulla nasce dal nulla, ma in un contesto reale che bisogna conoscere bene, all’interno del quale occorre compiere delle scelte in una direzione ben precisa.

Ho le mani in pasta perché quando sollevo le dita per una pausa o alla fine della giornata mi sembra di avere i comandi da tastiera ancora incollati ai polpastrelli. Ho le mani in pasta perché quando prepariamo dolci e pizzette con il pargolo mi ritrovo a pensare per hashtag a tema cucina, mamme e bambinerie.

Ho le mani in pasta perché anche se questo maledetto raffreddore da elefante mi assedia ormai da oltre una settimana (e oggi è il giorno del mal di testa, yuppi) cerco di non farmi mettere ko e piuttosto che abbandonarmi a lui mi invento cose nuove da fare e da scrivere.

Finché ci sono consapevolezza, testa, cuore… c’è speranza. Anche per la scrittura! 🙂

Buona serata a tutti voi!