Percorsi tra parole, colori, voce: dalla progettazione della socialità agli alfabeti magici, dalla lettura per scrivere alla scrittura come nave in mezzo all’oceano

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La consapevolezza, l’esplorazione e la creatività sono il filo conduttore dei laboratori da 21 a 25, compreso un intervallo, che ho pubblicato nel gruppo Facebook NuoviConTesti LAB.

Qui sotto ti lascio qualche appunto in ordine sparso sui vari argomenti trattati, tra loro interconnessi.

E ora, se vuoi: giochiamo? Riesci a indovinare a quale laboratorio si riferisce ogni breve estratto?

Se preferisci, più sotto trovi l’elenco ordinato degli ultimi laboratori.

Ricorda o segna su un taccuino le parole che ti hanno colpito, i titoli ben fatti che hanno mantenuto la promessa, l’avviso pubblico che non si è perso nel burocratese, l’e-mail che non ti ha fatto sbadigliare, l’uso di caratteri, spazi, dimensioni, colori.
La scrittura come strumento quotidiano riguarda due ambiti, quello professionale e quello creativo, che per me si relazionano in modo quasi paradossale: gli ambiti professionale e creativo sono al contempo necessari, complementari e inscindibili.
Qui sotto [nel laboratorio corrispondente] trovi alcuni brevi estratti che permettono di immaginare, da subito, una strategia di comunicazione – e, di conseguenza, una scrittura – fondata sulle relazioni, vale a dire su un percorso che nasce dalla collaborazione, dalla reciprocità.
A che cosa può servirti un testo organizzato secondo un criterio alfabetico? O meglio, partendo a ritroso: come puoi applicare questo schema alla tua scrittura? Come puoi aiutare la tua scrittura attraverso una tecnica alfabetica? Ad esempio, l’alfabeto può aiutarti a individuare una serie di concetti, se hai bisogno di stendere un testo complesso e non sai da dove partire.
L’obiettivo di questo laboratorio è aiutarti a colmare la distanza tra off line e on line, evitare la sensazione che nel web tu appaia in un modo, e di persona in un altro. Non si tratta solo di una spiacevole impressione: si tratta proprio di costruire la fiducia reciproca con l’interlocutore. Sin dalla prima pagina, dal primo articolo, dal primo post.
«Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c’è in Bertham Street, d’estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c’è mai stato».

[aspetta un attimo a gugolare: conosci il libro da cui è tratta la citazione?]

Ora, se ti trovi meglio, ti scrivo un elenco più chiaro dei laboratori.

Laboratorio 21
Alla base della scrittura nei social, e non solo: la «progettazione della socialità» secondo Mafe de Baggis.
Progettare la socialità

Laboratorio 22
Scrivere per esplorare: libri, alfabeti e dizionari magici per attraversare in un modo del tutto nuovo un orizzonte consueto.

Laboratorio 23
Leggere, per scrivere. Per migliorare la tua scrittura da subito e per sempre, prova a fare l’esercizio che ti propongo.

Laboratorio 24 
Scrivere per comunicare: dimmi chi sei. Che cosa occorre fare prima di scrivere?
Dimmi chi sei

[intervallo tra laboratori]
Camminare con la voce. Nuovi e vecchi percorsi tra parole, colori e voce, per scrivere sempre meglio.
Parole, colori, voce

Laboratorio 25
La buona scrittura è una nave in mezzo all’oceano, che ruba l’anima al mondo.
Scrittura e navi

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[3 per 3] Umanità aumentata, bianco e nero, ascoltare e parlare. Luca De Biase, Emanuela Pulvirenti, Gianni Rodari

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Tornano gli esperimenti esplorativi di 3 per 3, tra contesti nuovi e cammini antichi.

In questa puntata
Tecnologia e umanità, fotografia per vedere, relazioni e regole non scritte

In questi anni in cui l’assenza di tempo rende difficile curare le relazioni, l’amore ci consente di andare alla ricerca del tempo smarrito.

Alessandro D’Avenia, Ogni storia è una storia d’amore

1 di 3. Umanamente aumentati

La protesi [il telefono] aumenta l’umano e divide l’individuo in molti modi, entrando profondamente nelle operazioni di elaborazione, memorizzazione, comunicazione. E quella protesi elettronica che è il telefono non fa semplicemente aumentare le capacità del corpo: influenza le scelte e i comportamenti, ne modifica il senso.

In questo modo, peraltro, la coscienza – freudianamente il filtro che seleziona ciò che esce dalla dimensione che resta nell’inconscio – non è più del tutto individuale. Il filtro è insieme personale, tecnologico, algoritmico e sociale. Dunque non individuale, non collettivo, ma plurale.

Luca De Biase avvia una riflessione su tecnologia, operazioni umane, coscienza, individualità (o no?) dell’individuo.

In che modo, e a quale livello di profondità, stanno modificando la nostra vita quotidiana i dispositivi mobili che utilizziamo tante ore al giorno?

Fonte: Luca De BiaseUmanamente aumentati: individui, dividui, plurali

2 di 3. A che cosa serve il bianco e nero

Dunque togliere il colore non costituisce necessariamente una perdita di informazioni.

Può, infatti, rafforzare molto di più il senso e la comunicatività dell’immagine.

Nel suo articolo molto chiaro e concreto Emanuela Pulvirenti approfondisce i motivi per cui fotografare in bianco e nero può costituire un ottimo esercizio per imparare a vedere meglio.

Ho trovato questo articolo di recente: mi ha felicemente riportato alle riflessioni che ho scritto in Vedere in bianco e nero, scrivere a colori e alle connessioni, più o meno metaforiche, tra uno sguardo progettuale e selettivo e la pratica della scrittura.

Fonte: Didatticarte, Perché fare foto in bianco e nero?

3 di 3. Sapersi ascoltare, saper parlare

Ci sono regole non scritte, non codificate, che tutti dobbiamo, insieme, fare nostre. La prima è sapersi ascoltare. Abbiamo sempre troppa fretta di scavalcare le persone per arrivare allo schema che le rappresenta. Chi è quello che parla? Un reazionario. Un estremista. Un esibizionista. Un democristiano. Un liberale. Un idealista. Eccetera. L’etichetta ci serve per anticipare le sue conclusioni, per schematizzare il suo discorso. E così ci vietiamo di capire se in ciò che sta dicendo c’è, o non c’è in modo indiretto e distorto, qualcosa che può essere vero e utile per noi.

Un’altra regola è quella di saper parlare. Parlare di cose, di problemi, di oggetti, senza personalismi, senza esibizionismi. Parlare per dire, non per ascoltarsi. Parlare per comunicare, non per sfogarsi. Parlare per cercare, non per auto-affermarsi, non per proclamare. Più difficile, ma ugualmente necessario, è nell’incontro e nella discussione non cercare la vittoria, ma l’intesa, la decisione possibile e opportuna. Discutere per avere assolutamente e sempre ragione su ogni punto è puerile.

Con queste parole, scritte ai tempi in cui non esisteva ancora il web, Gianni Rodari affronta tematiche attualissime fondate sul sapersi ascoltare e sul saper parlare.

Oggi, tra un social e l’altro, tra chat ed e-mail, queste regole rimangono fondamentali per non perdere l’opportunità di una esperienza umana aumentata, che le piattaforme on line ci offrono come straordinaria occasione.

Fonte: Francesca SanzoSapersi ascoltare, sapere parlare: due regole di Gianni Rodari valide anche online

3 per 3

[3 per 3] Tra tecnologia, cultura e arte. Giorgia Lupi, Van Gogh Alive – The Experience, Anouk Wipprecht

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3 per 3. A proposito di nuovi contesti, ecco un nuovo inizio. Da una passione esplorativa e trasversale che desidero condividere nasce un piccolo format, composto ogni volta di tre spunti apparentemente distanti tra loro. L’obiettivo è suggerire connessioni nuove, associare idee, ispirare. Lascio spazio alle parole e alle emozioni dei protagonisti. Buon viaggio!

In questa puntata:
I dati sono umani. Arte aumentata. Vestirsi di tecnologia

1 di 3. I dati sono umani

Trovo che questa sia una bella dimostrazione di come i dati possano aiutarci a renderci paradossalmente più “umani”, di come i dati non siano solo numeri fini a sé stessi ma rappresentino sempre qualcosa d’altro, persone, pensieri, oggetti, comportamenti. Penso che chiunque lavori tutti i giorni con i dati debba tenere a mente che, se visti attraverso la lente giusta, possono aiutarci a creare connessioni, legami, a capire meglio la nostra natura e avvicinarci a essa e non invece portare ad allontanarci, come spesso si crede.

Giorgia Lupi fa un mestiere magico, direi unico, a cavallo tra arte e comunicazione. Giorgia è una information designer e non ha certo bisogno della mia presentazione. Ogni volta che apprendo di un suo nuovo progetto rimango incantata dal percorso che la porta a trasformare un insieme di dati in una esperienza umanamente memorabile.

Fonte: Salone del Mobile.MilanoIntervista a Giorgia Lupi

Sito web: Giorgia Lupi

2 di 3. Arte aumentata

Un viaggio emotivo, un abbraccio visivo, i colori che invadono lo spazio, immagini che fluttuano sulle pareti, i quadri che prendono vita, gli autoritratti ed i ritratti che si trasformano, i suoni della natura ti circondano, dal rumore della pioggia ai corvi che gracchiano, la musica che incalza: uno spettacolo unico, multimediale da godersi esterrefatti.

Credo che Vincent sarebbe felice di leggere queste parole di Giovanna di Troia mentre descrive l’esperienza di una mostra multimediale capace di catturare il visitatore con emozioni che avvolgono completamente i sensi e lo spazio, oltre ogni possibile immaginazione dello stesso artista. Un abbraccio totale, che dall’esperienza tormentata del pittore giunge sino ai giorni nostri, e continua a interrogarci. Nel suo articolo Giovanna approfondisce ulteriormente il rapporto tra tecnologia e realtà in una panoramica ricca di informazioni e di spunti.

Fonte: Giovanna Di Troia, Excursus sulla realtà aumentata e virtuale tra mostre d’arte, app e start up

Sito web: Van Gogh Alive – The Experience

3 di 3. Vestirsi di tecnologia

Credo che sia arte, sotto certi aspetti, ma soprattutto ricerca. Se, e poiché siamo in grado di creare tecnologie indossabili, dobbiamo chiederci quale impatto queste tecnologie possano avere sulla società, dal punto di vista anche emotivo e culturale. Che tipo di abiti indosseremo in un futuro in cui, come si prevede, gli oggetti di tutti i giorni saranno sempre più intelligenti e dotati di dispositivi tecnologici integrati? E, domanda forse ancora più pertinente, come socializzeremo in un mondo sempre più diretto dalla tecnologia? Ognuno dei miei progetti cerca di sviscerare uno dei differenti aspetti di questa questione.

Complice l’evento organizzato alcuni mesi fa da Meet the Media Guru ho conosciuto i progetti fashion tech di Anouk Wipprecht, designer olandese e fashion artist. Il suo operare porta a una riflessione sul legame sempre più stretto tra corpo e tecnologia e pone domande su una tipologia di funzionalità che deve essere al servizio dell’uomo, e non il contrario.

Fonte: Artribune, Dove osano gli abiti. Intervista ad Anouk Wipprecht

Sito web: Anouk Wipprecht

3 per 3

Colore Muba: tuffarsi nella luce. Di bambini, artisti e progetti al femminile

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Aperta fino al 6 gennaio 2019 a Milano la mostra-gioco Colore. Giocare con la luce alla scoperta del colore, esperienza dedicata ai bambini dai 2 ai 6 anni che guida a scoprire la luce, un elemento immaterico ma tanto strettamente legato alla materia e alla vita di ogni giorno.

Un progetto, tanti sguardi

Sono diversi gli attori del progetto Muba e, nello specifico, della mostra-gioco Colore.

La squadra al femminile che ha dato vita ad una realtà articolata, capace di dialogare con il mondo della didattica, della creatività, della scienza, della cultura, questa volta si è messa in gioco con protagonisti di contesti diversi per aiutare i visitatori a ritrovare uno sguardo aperto, curioso, desideroso di approfondire.

Gli artisti che hanno aderito a #ColoreMuba – questo è l’hashtag ufficiale – mettono il loro bagaglio creativo e progettuale al servizio dei bambini, per stimolare e far crescere un modo sempre fresco di osservare la realtà che ci circonda.

Ciò che mi porto a casa dalla visita – come mamma rimasta, non troppo in fondo, bambina – è la voglia di una prospettiva positiva, intraprendente, da coltivare e far diventare allo stesso tempo naturale: cercare connessioni nuove nella vita quotidiana significa trovare ogni giorno lo straordinario nell’ordinario.

Muba: un progetto al femminile

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Scoprire che il progetto del Museo dei Bambini di Milano ha le sue radici in un team quasi tutto al femminile mi ha permesso di approfondire un’esperienza che mi aveva già colpito per la qualità della visione e della prospettiva: tornare al Muba è stato ancora più sorprendente.

Muba sviluppa e diffonde l’educazione non formale, al fine di promuovere una cultura innovativa per l’infanzia con al centro l’esperienza diretta dei bambini, secondo il metodo pedagogico dei Children’s Museums.

Donne e professioniste sono al centro del progetto Muba: da Elena Dondina presidente a Barbara Merati direttore creativo.

La nostra volontà di affrontare un tema complesso e di scomporlo fino a renderlo il più leggero possibile è ben visibile all’interno del percorso della mostra-gioco. I bambini, infatti, sono chiamati a compiere gesti semplici e istintivi che appartengono al loro quotidiano,

spiega Barbara Merati.

Francesca Valan, colour designer e co-curatrice di Colore, ha accompagnato i visitatori durante la giornata di inaugurazione avvenuta lo scorso 9 maggio, con la pazienza e l’entusiasmo di chi insegna a vedere con occhio nuovo tanti aspetti abituali della realtà in cui siamo immersi.

Artisti per dialogare con la luce

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Quattro installazioni sono al centro della mostra-gioco Colore: si possono osservare, toccare, attraversare.

Luce comanda color affronta le sinestesie e la percezione dei colori ed è arricchita dagli scatti del fotografo e scrittore Massimiliano Tappari.

Esci dall’ombra ha come tema l’RGB e la (s)composizione della luce e vede il supporto del creativo Mao Fusina.

Che occhio! è dedicata alla visione in natura e presenta delle illustrazioni realizzate da Nina Cuneo.

Dove ti nascondi? racconta e svela la mimesi degli animali, grazie alle illustrazioni realizzate dal duo creativo Carnovsky.

L’esperienza dei bambini e il ritorno al quotidiano

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Li lascio alla fine ma sono i più importanti di tutti: parlo dei bambini, i protagonisti assoluti e i destinatari della mostra-gioco Colore. Senza dimenticare quanto la visita possa giovare anche agli adulti.

Come illustra Francesca Valan,

l’obiettivo della mostra è sperimentare la relazione del colore con la luce e rafforzare attraverso il gioco il legame e le regole che tutti viviamo ogni giorno con il colore. Un suo utilizzo corretto porta al miglioramento del nostro spazio visivo e della qualità della nostra vita quotidiana.

In questo articolo non mi è possibile svelare tutto ciò che ho appreso: posso solo tentare di incuriosire, per spingere a guardare il mondo con occhi sempre nuovi. E, tra un gioco e l’altro, si può anche scoprire come vede i colori un unicorno.

La mostra-gioco Colore è una ottima occasione per avviare i bambini a questo lavoro su se stessi, per aiutarli a sviluppare una più ricca relazione con la realtà.

Le proposte di gioco presenti in mostra sono rivolte in particolare ai bambini degli asili nido e delle scuole dell’infanzia.

La capacità di utilizzare propriamente i colori non è un dono di natura, ma è frutto di una corretta educazione. Come la musica, il colore ha delle precise regole armoniche, ed è importante imparare a scoprirle fin dall’età prescolare. Capire il colore consiste nell’imparare a vedere; saper vedere fornisce nuove chiavi di lettura della realtà.

Questa è la visione alla base di Colore: un approccio educativo prezioso da trasporre nella vita di ogni giorno, con emozione e voglia di esplorare.

Hai visitato anche tu la mostra-gioco Colore al Muba? Lascia nei commenti la tua esperienza e le tue impressioni.

Vado a capo. Come trovare il tone of voice del tuo progetto

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Vado a capo è il progetto ideato e coordinato da Francesca Sollo, per aiutare ad avviare o far ripartire la comunicazione on line della propria attività. Sono onorata di aver partecipato come docente, in un gruppo di 10 professioniste, al corso svoltosi interamente nel web dal 19 giugno al 9 luglio 2017. In questo post espongo in forma discorsiva i concetti che ho espresso nei miei tweet e nei rispettivi visual creati da Francesca.

Nell’ambito del copywriting, vale a dire nella dimensione strategica e creativa della scrittura, trovare il tone of voice del nostro progetto significa trovare gli elementi concreti per trasmetterne la personalità, l’identità, l’anima.

Scriviamo come parliamo

Compensa le distanze azzerate:
costruisci relazioni,
colma abissi di vicinanza
creati dalla tecnologia.

Leggere le parole di un testo destinato alla comunicazione è una attività che deve risultare il più possibile naturale e piacevole al nostro utente. Perché allora non proviamo a scrivere come parliamo? Immaginiamo di porre le premesse di un dialogo con il nostro interlocutore, che non è una macchina ma una persona in carne ed ossa, proprio come noi che scriviamo. Le aziende non sono entità astratte, sono fatte di persone: ed è proprio a queste che ci rivolgiamo e con le quali interagiamo.

A proposito di personalità: ciò che siamo, ciò che facciamo e i valori del nostro progetto sono gli elementi che confluiranno nel tone of voice. A seconda del progetto il tone of voice avrà un carattere peculiare, che sarà costante pur nel variare dei canali e potrà essere più o meno leggero: istituzionale, tecnico, informativo, culturale, divulgativo, ironico.

Occorre inoltre costruire e mantenere un buon equilibrio tra tone of voice formale (autorevole, professionale) e informale (caldo, amichevole). Per esprimere vicinanza al pubblico e porre le basi di un possibile dialogo è bene scegliere uno stile semplice e chiaro – non superficiale – anche quando gli argomenti sono complessi.

Tu o voi? Oppure ancora: noi?

La scelta pratica del pronome da usare quando scriviamo per il nostro pubblico dipende dalla natura del progetto, dal canale utilizzato e dal coinvolgimento desiderato. Non si tratta di una scelta semplice: per capire quale strada intraprendere – potrebbe variare a seconda del canale – proviamo a leggere ad alta voce il testo e ad immedesimarci prima nel nostro lettore più attento e ideale, poi nel lettore più frettoloso e sbadato che potremmo avere.

Che effetto ci fa? Ci sentiamo coinvolti o aggrediti? La risposta di volta in volta verrà da sé, senza dimenticare che il tone of voice e i suoi elementi più concreti possono evolvere e migliorare nel tempo a seconda del mezzo utilizzato e delle caratteristiche di ogni singolo progetto.

Per trovare il tono corretto occorre definire il pubblico e gli obiettivi del progetto, in modo da generare familiarità e fiducia in chi ci legge. La costruzione stessa del tone of voice procede per obiettivi strategici: il copywriting – quello che funziona – ha il compito di attivare connessioni, rafforzare legami e generare novità, o meglio generare nuove prospettive da cui guardare cose che nuove non sono affatto.

Obiettivo: la fiducia reciproca

L’obiettivo strategico principale è proprio quello di favorire un clima di fiducia reciproca: vanno evitate l’autocelebrazione e le promesse che non saranno mantenute. Con le nostre parole cerchiamo di compiere un passo verso le persone. Che cosa significa? Eliminare la promozione pura, proporre contenuti utili e puntare ad un tone of voice dal tocco umano.

L’umanità da imprimere ai testi è un argomento da approfondire e da tenere sempre presente. Un tone of voice capace di far leva sulle emozioni favorisce la connessione con le persone e genera una comunicazione coinvolgente, diretta, sentita. Infondere al tone of voice trasparenza, leggerezza, attenzione, calore consente di raggiungere più facilmente la mente e il cuore delle persone.

Individuato il nostro pubblico, questo va ascoltato nei canali in cui è presente. Sia per estrapolare gli argomenti che interessano ai nostri potenziali utenti, sia – in particolare – per comprendere il modo in cui si esprimono le persone a cui intendiamo rivolgerci. È importante anche analizzare come comunicano i concorrenti, per delineare un tone of voice unico.

Sulla base di queste osservazioni possiamo iniziare a sperimentare il linguaggio del nostro pubblico nei testi che scriviamo: per trovare affinità e migliorare l’empatia.

Altro passaggio necessario è porre le basi per una buona interazione con le persone che ci leggono e ci seguono. Per favorirla occorre creare, anche mediante il tone of voice, spazi accoglienti in cui il pubblico sa di avere ascolto e risposte. Grazie a tutti questi elementi possiamo orientare i contenuti a call to action efficaci: un buon tone of voice porta il pubblico a compiere azioni specifiche.

Come è necessario definire il tone of voice prima di avviare ogni attività di comunicazione, altrettanto importante è monitorare e migliorare costantemente la voce del nostro progetto: il tone of voice evolve insieme alla nostra attività.

Digitale e reale, digitale è reale

In ultimo, ma non meno importante, ecco qualche osservazione sul collegamento coerente della presenza off line e on line. Il tone of voice è il filo sottilissimo e potente, rappresentato dalla parola scritta, che unisce dimensione digitale e identità fisica.

Digitale e reale sono due livelli ormai sovrapposti, che anche nella attività di copywriting occorre interpretare in modo integrato. La percezione che si ha in un incontro nel web deve corrispondere alla percezione che si avrebbe nel mondo fisico, e viceversa.

Dobbiamo pensare ad una linea di continuità tra la dimensione off line e quella on line, per non essere abbandonati dal nostro utente nel caso non ci riconosca in contesti differenti. Una volta creato un tone of voice inconfondibile, quando incontriamo le persone nel web e fuori noi e il nostro progetto saremo riconoscibili e memorabili fra i tanti che apparentemente ci somigliano.

La definizione di un corretto tone of voice è solo la ciliegina sulla torta di un percorso molto ampio, articolato e complesso: l’obiettivo strategico di coltivare la fiducia reciproca può essere raggiunto solo quando miriamo alla creazione, al mantenimento e al consolidamento di relazioni vere e costruttive, che compensino le distanze azzerate e colmino gli abissi di vicinanza generati dalla tecnologia.

Ti è piaciuto l’articolo? Ti invito a commentare qui sotto con la tua esperienza e a condividerlo sui social per raggiungere ed aiutare altre persone.

[link] Il cambiamento consapevole


Come conciliare il lavoro a casa con gli impegni di famiglia? A margine: piccola riflessione – di una produttrice seriale di parole scritte – sull’uso della voce.

Poco tempo fa ho avuto il piacere (e un poco di timore, lo confesso) di essere intervistata a voce dalla bravissima Audra Bertolone per il suo podcast Lavoro da casa.

Come potrete sentire dall’audio avevo anche una coda di raffreddore, ma Audra mi ha ugualmente promossa e, soprattutto, ha saputo mettermi subito a mio agio guidandomi con naturalezza in tutte le fasi dell’intervista.

Si è trattato di una bellissima avventura, che per me ha significato provare a trasmettere l’esperienza della scrittura raccontandomi proprio attraverso la mia voce.

Collegare la scrittura alla voce è un percorso che mi richiederà ancora tanto lavoro, visto che in genere non amo sentire la mia voce registrata.

Ciò forse contrasta con l’utilizzo pubblico della voce, che ho praticato e pratico da vari anni nel canto e nel teatro – sperimentati entrambi sebbene in forme amatoriali – e nella professione di guida turistica, svolta nella mia vita precedente mentre studiavo.

Sembra che non ci sia relazione tra tutti questi elementi: in realtà la intuisco, voglio trovarla e valorizzare anche questo aspetto così combattuto in me.

Vi lascio al podcast, spero possa darvi spunti positivi se siete alla ricerca di un equilibrio tra lavoro a casa e vita familiare.

Vi aspetto nei commenti per conoscere le vostre osservazioni e approfondire insieme.

Buon ascolto!

Il cambiamento consapevole

Scrivere per il web: approccio umano e strategico, Latina 27.01.2017

 

 

 

 

Alzai gli occhi offuscati: in alto, vertiginoso, vidi un cerchio di cielo così azzurro da parermi di porpora.

Jorge Luis Borges, “L’immortale”, in L’Aleph

Questa frase è tratta da un libro di racconti: che cosa c’entra tutto questo con il copywriting e con la scrittura professionale?

Sono parole che generano attenzioneSono parole che creano sorpresaSono parole che costruiscono un effetto visivoSono parole che esprimono una voce unicaSono parole memorabili.

Proprio come dovrebbero essere le parole che riguardano il personal branding e il corporate branding.

In fondo a questo breve post condivido il link alle slide del mio intervento sul copywriting che ho tenuto alla giornata di formazione Social Girls – Rosa Digitale, organizzata da Cosedabionda di Alessandra Ortenzi e Valentina Baldon.

L’evento si è svolto il 27 gennaio 2017 presso BIC Lazio Incubatore d’impresa, nella sede di Latina.

Ringrazio per gli scatti Rita Fortunato (foto in alto a destra), Sara Daniele (foto a destra al centro e a sinistra in basso) e Bruna Athena (foto in basso a destra).

Il mio speech è racchiuso nella presentazione che ho postato su Slideshare.

Ecco il link: buona visione e buona lettura!

Scrivere per il web: approccio umano e strategico