[i miei ospiti #2] Scrivere e progettare, di Giulio Muto

Giulio Muto si occupa di architettura e di grafica, inoltre è un grande appassionato di cinema: qui puoi leggere un suo pezzo. L’ho incontrato quasi per caso attraverso Telegram, e da quel momento non abbiamo più smesso di interagire, in modo sempre più costruttivo. Ha un fare discreto che mette in risalto la sua professionalità, il suo entusiasmo e la sua energia. Qui puoi leggere la puntata precedente.

L’arte dello scrivere accompagna chiunque da sempre.

Preceduta storicamente dalle arti figurative, strumento espressivo di un’esigenza quasi primordiale di trasporre i pensieri in immagini, la scrittura costituisce lo strumento con il quale diamo una forma strutturata e precisa traducendo i pensieri in parole.

Nell’ambito del costruire, dell’architettura e delle arti grafiche, che si espandono sempre più nella sfera della multimedialità, la scrittura assurge al ruolo di strumento marginale seppur fondamentale. Un mondo in cui l’immagine, sia essa statica o in movimento, astratta o tecnica, gioca il ruolo principale, la scrittura si frappone nella fase di accentuazione e sintesi di un concetto già rappresentato figurativamente.

Potrebbe stare a margine di un lavoro come anche nella parte centrale e più impattante di un processo comunicativo e rappresentativo.

Nel mio caso, la scrittura in prosa occupa un ruolo importante tanto quanto quello dell’espressione grafica.

Il processo artistico, a livello concettuale, non è normato da regole e procedure quanto piuttosto da criteri e canoni.

È buona norma seguire un criterio procedurale per fasi, dal concepimento di un’idea, passando alla sua rappresentazione preliminare, cioè la fase in cui si compiono le scelte progettuali più importanti, arrivando alle fasi finali di definizione dell’idea ormai consolidata.

Durante tutto questo procedimento la scrittura è sempre presente, come accompagnatrice di un percorso costituito da più strumenti tesi tutti al conseguimento di uno stesso obiettivo.

Gli schizzi su carta di un progetto tecnico o grafico sono un amalgama di disegno e scrittura, un dualismo spesso imprescindibile per la comprensione l’uno dell’altro.

Così come nella fase di definizione la scrittura funge da strumento per relazionare e descrivere un progetto definito in tutto il suo insieme e completo di tutte le sue parti.

La scrittura non rappresenta unicamente uno strumento utile alla professione, anzi è soprattutto un canale di sfogo per le emozioni, le ispirazioni, le passioni.

Una passione per un determinato ambito professionale in cui non si opera personalmente, può trovare il proprio sfogo e appagamento attraverso la scrittura. A tal proposito possiamo aprire una parentesi sui lati positivi del progresso tecnologico, il quale dietro molti difetti (la micro-comunicazione nella telefonia) e le sue insidie (tutti i rischi derivanti dalla realtà virtuale nel web) nasconde anche una moltitudine di possibilità e occasioni per la divulgazione e la condivisione culturale, se utilizzato bene e con parsimonia.

Uno chef può diffondere il suo sapere e la sua passione attraverso un blog, così come allo stesso modo un aspirante giornalista può trovare occasioni per esprimersi. Un appassionato di cinema può sentirsi vicino a quel mondo scrivendo le sue opinioni sotto forma di recensioni e articoli, da diffondere per puro spirito di condivisione e di confronto con gli altri.

Grazie ancora a Giulio Muto per aver condiviso le sue belle riflessioni, mi auguro che avremo occasione di conoscerlo sempre meglio in futuro. Ti aspetto nei commenti in fondo alla pagina!

[i miei ospiti #1] Che scrivo? di Samantha Rocca

Da oggi, nel mio blog lascio spazio anche a ospiti scelti che lavorano con la scrittura e la utilizzano come strumento principale oppure trasversale. Nel caso di Samantha Rocca, autrice dell’articolo che segue, la scrittura è protagonista della sua attività professionale – collegata al design e a molto altro, come potrai apprendere dal suo racconto – e del progetto Mamibum, capace di portare uno sguardo nuovo e fresco sul mondo delle mamme. Ma ora lascio la parola a Samantha, che ci parla di sé con il sorriso. Buona lettura! Federica

Un giorno mi diedero una penna, ed io iniziai a volare.

Così è come mi sento quando inizio a scrivere, fluttuando in una nuvola colorata di pensieri, al di sopra di ogni preoccupazione e lontana da ogni meccanismo ingrigito della nostra società.

Solo lì, al di là delle nuvole, proprio dove volano gli aerei, trovo la pace ed ogni ispirazione. Per questo forse amo viaggiare.

Mi chiamo Samantha, per quasi tutti Sami, per gli amici dominicani “La italiana loca” e per le seguaci della mia pagina web “Mamibum”. Sono simpatica, carina e attiva. Assumetemi 🙂 Scherzo. Aggiungo, sono anche ironica, credo sportiva e mi reputo un’appassionata scrittrice.

Vengo dal mondo delle favole o dal mondo delle frivole come preferite.
C’è chi la ama e chi la odia, parlo di lei… della Moda!

Non sono gli abiti ad avermi colpito, ma tutto quello che hanno dentro, dietro ed attorno.

Parlo del linguaggio silenzioso dell’abbigliamento. Perché gli abiti parlano, scrivono, e raccontano storie. Noi indossatori queste storie le personalizziamo, le stravolgiamo e a volte le riscriviamo. O le cancelliamo del tutto.

Mi diverte interpretare i linguaggi della strada, i segnali della società, e i messaggi delle pubblicità. Spesso scrivo le mie riflessioni e le condivido con amici e addetti ai lavori.

Così negli anni mi sono appassionata ai media, alla comunicazione verbale e non, alla sociologia e alle basi della psicologia. Passando per la PNL e la filosofia, convertendomi così in attenta osservatrice alla ricerca di nuovi Trend.

Tutto quello che è Linguaggio mi appassiona, tanto che dalle parole, sono passata a studiare le lingue straniere, per poi approdare ai linguaggi dei computer, l’html e molti altri.

Oggi mi occupo di Comunicazione Strategica, Ricerca Tendenze per il design, Grafica e Sviluppo web. Il mio mestiere potrebbe sembrare per lo più Visual, creazione di moodboard, presentazioni, campagne, loghi, siti internet… Ma vi assicuro non è così.

Le parole e la scrittura diventano essenziali per la buona riuscita di un qualsiasi progetto creativo!

Sappiamo bene che la sintesi è il dono dei bravi comunicatori, il super potere che porta all’effetto WOW e alla buona riuscita dell’acquisto – se la pensiamo in ottica pubblicitaria. Proprio per questo, tutto quello che è testo, quello che è il copy – utilizzando il linguaggio moderno, risulta essere di fondamentale importanza.

A questi livelli, quando si tratta di progettare o ridisegnare una strategia, le fortunate parole elette devono avere una forza incredibile.

Devono gridare ed essere chiassose in questo marasma del mercato odierno. Oppure essere del tutto silenziose… e contro tendenza.

Proprio per questo ho dato vita a “Wild Wild Word”, un progetto dedicato al “selvaggio” mondo delle parole. Un glossario di tendenza per esperti comunicatori e curiosi.

La scrittura è per me uno strumento potentissimo. Lavoro spesso con Key Words e concetti brevi, che il più delle volte mi vengono richieste a cornice dei progetti.
A volte addirittura, le parole me le invento. Creo dei neologismi curiosi per rendere il concetto ancora più immediato, rispetto all’utilizzare parole che conosciamo.

E quanto adoro le onomatopeiche, totalmente sottovalutate! Per non parlare poi dei giochi di parole. Ho un rapporto giocoso con la scrittura! Lo ammetto, volevo iniziare questo testo con “ABCiao a tutti…“ ma mi è sembrato un po’ troppo infantile ed ho optato per una frase a effetto. Vedete… le apparenze! Quanto ingannano.

Le parole, come i vestiti… nascondono qualche verità e dicono alcune bugie. O al contrario, sta a noi interpretarle!

Scrivere il più delle volte mi diverte molto, mi piace condividere quello che penso e raccontare le mie storie ad altri. Forse perché in persona spesso sono più riservata hehe.

Per esempio, parlo di me e della mia famiglia in una pagina web che gestisco… potete leggermi su mamibum.com e scoprirete che lì scrivere non è un lavoro, ma è più che altro un divertimento, uno storytelling che mi intrattiene molto.

Altre volte scrivere mi aiuta. Diventa la “pillola del buon umore”, che mi permette di sfogarmi e di lasciare sul foglio quello che non voglio portarmi dentro. Mi alleggerisco di qualche grammo e lascio spazio solo alle cose belle – e alle frivolezze, ovvio!

Nella mia vita ho scritto di tutto, lettere d’amore, lettere di scuse, lettere d’addio, lettere d’accompagnamento ai cv – che incubo oddiooo! Così come ho scritto racconti, storie vere, storie finte, e riflessioni profonde in momenti pindarici.

Scrivere, come nuotare, come fare yoga… lo interpreto come una forma di disciplina, serve spesso a riordinare le idee, e a sgarbugliare temi complessi.
Si tratta di un’attività che consiglio a tutti, come camminare e leggere. Altrettanto utili allo spirito.

Ho sempre detto che un giorno scriverò un libro, penso di non essere la sola. Ho conosciuto già almeno una decina di persone che hanno avuto la stessa idea. Che originali eh.

Forse quindi il desiderio di urlare le proprie parole al mondo, è il desiderio di tutti?

Io penso di sì, per questo ho capito di non aver più bisogno di un libro. Mi accontento di condividere i miei pensieri con le persone a me care, amici e colleghi 🙂

C’è una frase molto bella che vorrei condividere con voi.
Vi darà l’energia giusta!

Do not try to be original, just try to be good”, Paul Rand.

Trovo che questo concetto sia magnifico. Adesso potete smettere di sbadigliare, ho finito 😉

Vi abbraccio!
Samantha Rocca

Grazie ancora a Samantha Rocca per il suo contributo. Ti consiglio di passare a trovarla nei suoi progetti web e di seguirla per conoscerla sempre meglio. Al prossimo post!

2 + 2 fa sempre 5

Sto per scrivere delle cose strane.

Vuoi proseguire?

Condivido una breve riflessione che mi piacerebbe portare anche nella mia scrittura, professionale e personale, una volta che avrò capito bene se e come applicarla.

In primo luogo, come forse sai sono per la lentezza, che non è il contrario della velocità, e questo è la base di tutto.

Poteri nascosti?

In secondo luogo, a livello puramente intuitivo e senza aver approfondito nulla in merito, da qualche tempo sto riflettendo su alcuni – mi si passi il termine – poteri nascosti che mi sembra abbiamo come persone, derivanti da una sorta di salto, o meglio di ponte tra la nostra razionalità e un piano più istintivo.

Mi sono sempre considerata una persona creativa, ma ho anche scoperto che qualche volta sono bloccata da una forte, forse eccessiva razionalità.

In questo senso, per iniziare a sbloccarmi mi sono state d’aiuto nuove esperienze iniziate da qualche mese.

Strumenti

Per fare un esempio, alcuni semplici esercizi di teoria musicale che ho eseguito come principiante mi hanno spinto a pensare, per quel poco, anzi pochissimo che credo di aver fatto, che come esseri umani siamo dotati di una strumentazione raffinatissima: ci farebbe bene conoscerla meglio, e in più ci converrebbe avere fiducia in lei.

In questi esercizi, probabilmente molto semplici per una persona che conosce davvero la musica, sono stata costretta a smettere di ragionare su quello che stavo facendo nel preciso istante presente, per fermarmi su quanto avevo ascoltato appena prima, su quanto potevo leggere appena dopo e sull’unire tutto questo al gesto delle mie mani, ciascuna delle quali doveva eseguire un compito diverso.

Con un altro ingrediente in più, al quale non avevo mai pensato: la fiducia.

Digressione: dai il tempo, tieni il tempo

Si è trattato di fidarsi di una nuova abitudine presa da una parte del mio corpo, in questo caso dalle mie mani, vale a dire tenere il tempo.

Tra l’altro: tenere il tempo, dare il tempo. Ma chi lo tiene, chi lo dà, il tempo? Chi sono io per prendere o dare il tempo?

E prima di tenere il tempo, il mio tempo, chi lo aveva tenuto, o dato, prima?

Ma qui si apre un altro discorso, cui ho già fatto cenno qualche mese fa:

Dai tu il tempo. Chi? Io? Che cosa? È bastata una richiesta a smuovere qualcosa di imprevisto, una richiesta forse abituale per un buon maestro che insegna teoria musicale, ma non per una allieva un po’ anziana che cerca di perdere vecchie abitudini e di trovarne nuove e buone. Il tempo è qualcosa che la musica misura, con la precisione che serve per comprenderlo ma non per levargli il suo respiro di infinito. Al tempo non si comanda, ma lo si può vivere dandogli il massimo valore. Questo è stato il corto circuito di pensieri, nell’istante in cui il maestro attendeva il mio tempo, sorridendo. Allora, dai tu il tempo?

Fidarsi della fiducia

Collegata a questa sensazione di ascolto del prima e di visione del dopo, c’era la consapevolezza di ciò che stava facendo il mio corpo in quel momento.

Ma non era una consapevolezza qualsiasi: era una sorta di fiducia nel fatto che non tutto fosse chiuso nelle mie mani o che tutto dipendesse da loro, ma che ci fosse qualcosa di molto più grande, una prospettiva impensata e vasta, un orizzonte in questo caso musicale, a con-tenere, a tenere insieme il tutto.

Quindi, se non tutto dipende da me, perché mi devo accanire?

Ciò che ho sperimentato nei miei primi passi musicali è, forse, applicabile anche altrove?

Imprevisti e conti che non tornano

Nel vissuto quotidiano ci sono dei processi, degli avvenimenti che possiamo facilitare a seconda del nostro atteggiamento, e a volte succede qualcosa di imprevisto: la somma dei singoli eventi non è perfetta, anzi, il risultato è maggiore di ciò che ci si aspettava.

Questa cosa mi è accaduta anche lavorando con un buon team: il risultato non è mai la somma perfetta di tutte le competenze, ma è molto di più, il valore creato è molto maggiore, il risultato molto più grande e ricco di nuove connessioni.

Banale? No.

Prima e dopo

Ma che cosa succede, allora?

Mi sono accorta che, per esteso, intorno ad ogni nostro gesto, come intorno ad ogni nostra parola, c’è un intero ecosistema, fatto di istanti presenti circondati da un prima, da un dopo e da un ponte di intuizione che fa compiere dei salti tra quanto si pensava di non saper fare e quello che poi invece sarebbe stato fatto, con molta sorpresa e meraviglia.

Qualche volta mi trovo a pensare: e se applicassimo ovunque questa percezione intuitiva non potremmo fare tutto molto meglio, anche sul piano delle relazioni e della comunicazione, con meno preoccupazioni e più soddisfazione?

Non si tratta di empatia, o meglio: non solo.

Si tratta di una visione molto più ampia e aperta al nuovo, capace di fare tesoro del prima e che a volte sa leggere il dopo, ma senza vincolarlo.

Ora dimmi: ho una fervida immaginazione, oppure ho bisogno di riposo?

2 + 2 fa sempre 5

Mi viene in mente un detto diffuso: in ogni cosa che intraprendi, butta il cuore oltre l’ostacolo.

E, se non fosse sufficiente: 2 + 2 fa sempre 5, borbotta mio padre.

[aggiornamento: nella storia, la questione del 2 + 2 = 5 ha avuto anche implicazioni complesse se non inquietanti, come ho scoperto qui, ma in questo breve articolo rimango sul concetto di un pensiero creativo che non si costringe in una gabbia, desideroso di ritrovarsi ampliando i propri orizzonti]

Gli elementi imprevisti, gli elementi catalizzatori, che connettono, che fanno spiccare il volo sono forse poco visibili e in apparenza deboli.

Sono segnali da non sottovalutare, ma sempre presenti: per chi li vuole cogliere.

Parole sugli scaffali

Mi sono persa tra le mille confezioni di sapone.

Non frequento molto i supermercati, soprattutto quelli grandi, e quando vado cerco di uscirne presto, perché poi mi capitano certe cose.

Capita che mi perdo.

Sapevo già quale prodotto acquistare, ma mi sono persa ugualmente.

Mi sono messa a catalogare.

A catalogare ciò che era già stato catalogato, selezionato, preordinato.

C’è il sapone neutro (però, mi dicevano, non significa che il pH sia neutro), quello alla mandorla, quello antibatterico.

Interessante.

C’è il sapone liquido e c’è il sapone tradizionale.

La confezione che comunica con il minimo indispensabile, e quella con l’horror vacui.

Oh no.

Il sapone a prezzo pieno, e quello in sconto solo per i più fedeli.

C’è questo e c’è quell’altro.

Bene.

Mi sono persa a guardare, a comparare, a borbottare tra me e me.

Quanti saponi, tutti saponi, mille saponi.

Con l’addetta sorridente alle mie spalle, e il suo carrello di nuovi arrivi da scaricare.

Cose che piacerebbero a certe copy, aiutare l’addetta sorridente a riempire gli scaffali.

Per mescolare tutti quei saponi ordinati con qualche parola fuori schema.

Storie di copy, di agende e di microinizi

Anche i copywriter hanno un’agenda.

Nel caso specifico, ho un’agenda cartacea giornaliera.

Da quest’anno.

Sì, perché fino all’anno scorso usavo un’agenda, sempre cartacea, ma settimanale.

Fino all’anno scorso ero una mamma lavoratrice che doveva, oltre che sui singoli giorni, avere la visione sulla settimana per non perdere il filo tra tutte le cose, agite e scritte.

Da quest’anno sono ancora una mamma lavoratrice, che però deve avere la visione sugli obiettivi di ogni giorno.

Per focalizzarmi sempre meglio e imparare a crescere attraverso il fare, nel rispetto delle scadenze che mi stabilisco.

Un cambiamento poco significativo?

No, perché i piccoli cambiamenti consapevoli, tutti insieme, fanno la differenza.

Una grandissima differenza.

Non si tratta di avere i superpoteri: si tratta di suddividere le situazioni complesse in microsituazioni.

E ho in cantiere un vasto orizzonte di microcambiamenti consapevoli.

Uno ogni giorno.

Ho un orizzonte di nuovi microinizi, dentro un percorso lungo che ha la durata di una vita intera.

La mia.

Buona fine, buon inizio

A breve farò una sosta.

Sarà una sosta breve.

Una vacanza, o meglio una non-vacanza, per ritrovarmi e ripartire.

Questo nuovo passaggio da fine a inizio avrà un sapore diverso dai precedenti.

Ringrazio il 2018 per avermi mostrato possibili percorsi, per avermene chiuso alcuni e aperto altri.

Ringrazio il 2018 per i nuovi incontri e i nuovi cammini intrapresi.

Ringrazio il 2018 per le nuove domande e le nuove risposte.

Vedo la direzione all’orizzonte, ma i sentieri non sono mai lineari.

Somigliano alle parole: hanno movimenti e svolte imprevedibili.

Allo stesso tempo i sentieri, come le parole, chiedono vincoli e confini per esprimersi alla più alta densità e, talvolta, con la maggiore bellezza.

Vogliono confini, per sconfinare.

La fine è un con-fine, che chiede di essere accettato e amato, per sconfinare in un nuovo inizio.

Ed è ciò che auguro anche a te: buon viaggio, e buon nuovo inizio!

Ubuntu: io sono perché noi siamo. Muba Milano, 150 manifesti per la solidarietà

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«Siamo in un tempo in cui bisogna tornare a parlare dei fondamentali». Così ha affermato Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale, lunedì 15 ottobre alla presentazione della mostra Ubuntu – I Am Because We Are: 150 manifesti per la solidarietà, ideata da Armando Milani in collaborazione con Francesco Dondina presso MUBA – Museo dei Bambini Milano.

Fino a domenica 28 ottobre 2018, dalle 10 alle 18 escluso il lunedì, è possibile visitare gratuitamente Ubuntu – I Am Because We Are: 150 manifesti per la solidarietà, la mostra di graphic design dedicata a una parola, a un concetto, a una visione.

Ubuntu: che cosa significa?

Ubuntu è una parola africana dal significato talmente profondo da diventare una vera e propria filosofia – sociale, di vita, politica.

Usata spesso da Nelson Mandela, la parola ubuntu significa accoglienza, condivisione, inclusione: io sono perché noi siamo.

150 manifesti, e molto di più

I portici della Rotonda della Besana, nella loro planimetria curva, accolgono i 150 manifesti realizzati da designer internazionali, studenti e bambini di tutto il mondo, ciascuno invitato a partecipare con una propria opera dal grafico milanese Armando Milani.

Come si evince dalle parole sentite pronunciate durante la conferenza stampa svoltasi presso MUBA – sede dell’esposizione con alto valore simbolico per la volontà di porre al centro il bambino, con progetti dedicati all’infanzia per promuovere nei più piccoli uno sguardo aperto sul mondo – l’interesse della mostra è non solo nella presenza fisica dei manifesti realizzati, ma nella idea che l’ha fatta nascere: trovare il modo di esprimere un valore essenziale, da trasmettere con forza in questo momento storico segnato da incertezze diffuse a livello globale.

Il linguaggio del graphic design

Il linguaggio scelto per veicolare i valori contenuti nella parola ubuntu è la grafica:  ogni immagine concentra in sé – in una sola composizione a due dimensioni, potenzialmente replicabile e condivisibile all’infinito, off line e on line – un significato preciso, una rappresentazione creativa, una interpretazione artistica da realizzare attraverso un tessuto di linee, colori, parole.

I 150 manifesti presentati appartengono alla Ubuntu Collection, corpus di opere che nei sogni dei curatori potrebbe trasformarsi in una mostra itinerante per veicolare e condividere ovunque e sempre più a fondo i valori della solidarietà e dell’apertura.

Sogno e immaginazione, per un mondo migliore

Di sogni e di immaginazione in effetti si è parlato tanto, in sede di inaugurazione della mostra. Che cosa conduce l’uomo all’azione, sia essa artistica, culturale, sociale, politica nelle accezioni più feconde e costruttive, se non la curiosità, il desiderio, il sogno, l’immaginazione?

Creare un manifesto è il primo passo necessario per iniziare a visualizzare, a immaginare una realtà nuova da costruire, una realtà da migliorare, un mondo da rendere più consapevole.

Non basta immaginare, certo, ma le premesse sono tutte contenute lì. Occorre passare al concetto Io sono perché noi siamo: è un principio valido per realizzare insieme – e, al contempo, con ciascuno consapevole del proprio percorso individuale – un piccolo frammento di questo sogno, giorno dopo giorno.

Ubuntu Collection nelle parole di Armando Milani

Racconta Armando Milani nella scheda di presentazione della Ubuntu Collection:

«Un toccante esempio di Ubuntu è stato dimostrato da una antropologa che ha proposto un gioco per i bambini di una tribù africana. Ha messo un cesto di dolci e frutta vicino a un albero dicendo “chi arriva primo può tenersi tutto”. I bambini si presero per mano, raggiunsero il cesto e si spartirono tutto fra di loro. L’antropologa domandò il perché di questo comportamento. Loro risposero Ubuntu: come può uno di noi essere felice se tutti gli altri sono tristi?».

Racconta ancora Armando Milani sul processo di realizzazione operativa delle opere grafiche:

«Durante i miei workshop, ho proposto a studenti di diversi paesi di fare prima una ricerca sul significato della parola Ubuntu, sullo stato di necessità e di povertà di certi popoli per provocare delle reazioni emotive, perché solo così si possono esprimere graficamente immagini simboliche di grande impatto. Per affrontare il problema vi sono due modalità: la denuncia della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, oppure messaggi di speranza per un futuro migliore dell’umanità. Nei lavori che ho ricevuto, in generale ha preso il sopravvento la speranza, e ne sono felice».

Immaginiamo? Il sogno di uno sguardo condiviso

A proposito di immaginazione, vedo il numero dei 150 manifesti della Ubuntu Collection crescere a dismisura, raggiungere tutti gli spazi di affissione pubblica e gli schermi dei dispositivi mobili di ciascuno di noi, per poi trasferirsi nello sguardo di ogni persona rivolto agli occhi di un’altra persona che, per caso (apparente) o per scelta, si trova in questo momento di fronte a lei.

Immagino uno sguardo condiviso, di silenzioso coraggio, uno sguardo in fondo semplice, istintivo e naturale, che dagli occhi passa alle dita, alle mani, alle braccia, alle gambe, dalla punta del naso fino alla punta dei piedi, sale in bicicletta, in auto, in autobus, in treno, in aereo e inizia a spostarsi dappertutto.

Uno sguardo accompagnato da un sorriso che non nasconde le difficoltà, ma che grida di affrontarle insieme, per costruire un mondo in cui ci sia ancora speranza.

Approfondisci

Dal sito MUBA – Museo dei bambini Milano:

Ubuntu – I Am Because We Are: 150 manifesti per la solidarietà

Altri miei articoli dedicati a MUBA:

Vietato non toccare. Giocare con Bruno Munari: una esperienza analogica

Colore Muba: tuffarsi nella luce. Di bambini, artisti e progetti al femminile