Hai fatto i compiti delle vacanze?

Non avrei saputo rispondere subito per me, se tu me lo avessi chiesto a sorpresa.

Che ho fatto io nei giorni a cavallo tra anno vecchio e anno nuovo?

Ho riscoperto che cosa significa essere in quattro sotto lo stesso tetto dal mattino alla sera, dalla notte al mattino – e mi sono ricordata che, eccetto qualche picco di decibel e altri dettagli, ci si può stare bene.

Ho indovinato, balzando da una stanza all’altra, le vicende chiare e oscure della saga di Star Wars che, unica della tribù, non ho ancora visto per intero.

Ho verificato la potenza vitale di due minorenni alleati tutto il giorno tra di loro, grazie alla quale uscire in piazza può diventare un salvagente oppure un’avventura senza fiato, ma con molto fiatone.

E quindi, questi compiti?

Non li ho fatti.

O forse, invece, sì.

Il mio vero compito delle vacanze non era fare qualcosa di preciso, ma stabilire i compiti nuovi per il 2019 appena iniziato.

Poche cose, ma per tutto l’anno.

Da regalarmi ogni giorno.

Camminare venti minuti.

Leggere un libro per mezz’ora.

Chiudere il computer quando i piccoli arrivano da scuola.

Togliere la connessione internet in certi momenti della giornata.

Cose scontate? No.

Cose difficili? Sì, quando per mesi e anni hai mescolato il giorno con la notte, l’estate con l’inverno, il bagno con la cucina.

Cose un po’ meno difficili, quando ti accorgi che per vivere meglio hai bisogno di fissare nuove buone abitudini, quando il vincolo si trasforma da ostacolo a finestra aperta sul cielo.

E allora?

Si continua a camminare.

Con passi leggeri, pronti a salti e salite.

Pieni di stelle, però.

Andiamo?

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Buona fine, buon inizio

A breve farò una sosta.

Sarà una sosta breve.

Una vacanza, o meglio una non-vacanza, per ritrovarmi e ripartire.

Questo nuovo passaggio da fine a inizio avrà un sapore diverso dai precedenti.

Ringrazio il 2018 per avermi mostrato possibili percorsi, per avermene chiuso alcuni e aperto altri.

Ringrazio il 2018 per i nuovi incontri e i nuovi cammini intrapresi.

Ringrazio il 2018 per le nuove domande e le nuove risposte.

Vedo la direzione all’orizzonte, ma i sentieri non sono mai lineari.

Somigliano alle parole: hanno movimenti e svolte imprevedibili.

Allo stesso tempo i sentieri, come le parole, chiedono vincoli e confini per esprimersi alla più alta densità e, talvolta, con la maggiore bellezza.

Vogliono confini, per sconfinare.

La fine è un con-fine, che chiede di essere accettato e amato, per sconfinare in un nuovo inizio.

Ed è ciò che auguro anche a te: buon viaggio, e buon nuovo inizio!

Occhio

Occhio. Occhio tondo, occhio brillante. Occhio vivido, occhio lucente. Occhio aperto, occhio sporgente. E c’è un corpo. Argento, rosso, bruno, oro. Pungente, morbido, liscio, ruvido. Ci sono pinne, branchie, code, tentacoli. Il respiro è dentro l’acqua, fuor d’acqua tutto ha fine. Mare che si vive, mare che si mangia. Profumi, sapori, colori, rumori. Giochi, tuffi, schizzi, passi. Tra le onde e la tavola guizzano i pesci. Non muoiono davvero. Tornano spesso a nuova vita, memorie inzuppate di acqua e di sale.

Caro dicembre

Caro dicembre. Decorazioni di Natale sul vetro della mia finestra, che si affaccia sul giardino. Sullo sfondo, oltre la tenda, un albero di noce nel sole.

Caro dicembre, che cosa posso chiederti in dono?

Non essere geloso di settembre, è lui il mese che dà avvio al mio vero anno.

A dicembre qualcuno aspetta santa Lucia, qualcuno reclama l’albero di Natale, che sarà sempre più sbilenco, qualcuno desidera una casa più densa di abbracci.

Tutta questione di tempo.

Chi, che cosa è più importante?

Persone piccole e persone grandi, comprese tra 0 e 99 anni.

Cose piccole e cose grandi, tra vita e lavoro.

Poche e preziose.

Meritano tempo, meritano attenzione.

Caro dicembre: riparto dal poco e dal vicino.

Vicino alla mente, e vicino al cuore.

Il mio tempo, quello più intenso e profondo, sarà per poche persone, per poche cose.

Questo, da spandere in tutto il tempo che verrà, sarà il tuo dono per me.

Per andare lontano ci vorranno altri passi – ma lontano dove? mi domando quanto abbia senso – e, se vuoi, ne riparliamo l’anno prossimo.

[#aedidigitali] La verità, forse, nelle bugie

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Dove portano le bugie? A volte portano nel cuore della verità.

Figlio,

da quando sei nato ho colto dal tuo sguardo che sei trasparente come un cristallo. Non riesci ancora a mentirmi. Non riesci del tutto. Perché, quando lo fai, i tuoi occhi hanno un fremito, un guizzo che per ora non mi sfugge.

E mi chiedo:

quando arriverà il momento in cui questa mia minima percezione svanirà? Ci sarà un momento in cui avrai bisogno della bugia, e la userai senza che io me ne accorga?

Spero non ti serva mai dirmi delle bugie.

Oppure spero che tu mi dica: No mamma, è una cosa brutta e te ne posso dire solo un pezzetto, ci penso, provo a dirtelo tra un po‘. Ti darò tutto il tempo che ti occorre, figlio, ma tu sai che io so, non tutto, ma un po’.

O forse è meglio sperare che tu mi dica delle bugie,

per vederti rabbuiare all’improvviso, presa coscienza, appena prima del tuo pianto come pioggia che lava, per aver estratto la spina dolorosa, e a quel punto capire che non tratterrai più in te il racconto di tutte le cose? Non ti giudicherò per questo. Lo sai, e lo so.

Credo che non ti sgriderei se tu mi dicessi una bugia,

anche grossa. So che le bugie, a volte, danno la sensazione di attenuare – anche solo per un momento – il dolore che potresti portare a un’altra persona.

Vorrei essere capace di accettare le tue bugie,

se e quando arriveranno. Perché so che potrebbero essere un sentiero verso la verità. Non ti sgriderò, di certo mi scapperà una lacrima o più probabilmente un milione di lacrime, ma io sarò sempre lì per aiutarti a fare luce, anche se tu vedrai il buio.

Non sono qui per punire le tue bugie,

sono qui per accompagnarti. Sono disposta a camminare con la tua bugia, fino a quando tu stesso avrai abbandonato la paura di ammetterla.

Ti insegnerò che esistono le mezze verità,

che non dicono tutto, ma non mentono. Sono quelle bugie dolci che aiutano a vivere, che stanno lì, sospese, fino a quando arriva il momento di affrontare certe verità con una mente adulta.

Non ti nascondo quelle verità.

Non ti nascondo la morte, la malattia, le cose brutte di cui sai o intuisci l’esistenza, ma che non vorresti mai ascoltare, conoscere, vivere. Loro stanno lì, e non cerchiamo di spiegarle subito, a tutti i costi. Piano piano le affrontiamo insieme, mentre cresci. Mentre cresciamo, e siamo almeno in due.

Ti insegnerò anche a non avere paura della verità,

soprattutto quando si veste da bugia, quando teme di ferire, come quando il tuo sguardo così trasparente non osa fissarmi diritto negli occhi, ed è velato da un’ombra che sfugge. Ti insegnerò a riconoscere le bugie dette per amore, anche le tue, e ti aiuterò a superarle.

Per questo motivo credo tu abbia gli occhi così grandi:

per guardare il mondo e per lasciarlo entrare da quelle finestre spalancate, così delicate, raccolte tra le tue ciglia lunghe. Per guardare diritto, senza timore, negli occhi miei e negli occhi delle persone trasparenti che avrai la fortuna di incontrare, se lo vorrai.

Non so se ci riuscirò, ma ci proverò.

Un abbraccio, figlio.

Questo post nasce dal tema bugia proposto nel gruppo Facebook Aedi digitali.

Ubuntu: io sono perché noi siamo. Muba Milano, 150 manifesti per la solidarietà

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«Siamo in un tempo in cui bisogna tornare a parlare dei fondamentali». Così ha affermato Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale, lunedì 15 ottobre alla presentazione della mostra Ubuntu – I Am Because We Are: 150 manifesti per la solidarietà, ideata da Armando Milani in collaborazione con Francesco Dondina presso MUBA – Museo dei Bambini Milano.

Fino a domenica 28 ottobre 2018, dalle 10 alle 18 escluso il lunedì, è possibile visitare gratuitamente Ubuntu – I Am Because We Are: 150 manifesti per la solidarietà, la mostra di graphic design dedicata a una parola, a un concetto, a una visione.

Ubuntu: che cosa significa?

Ubuntu è una parola africana dal significato talmente profondo da diventare una vera e propria filosofia – sociale, di vita, politica.

Usata spesso da Nelson Mandela, la parola ubuntu significa accoglienza, condivisione, inclusione: io sono perché noi siamo.

150 manifesti, e molto di più

I portici della Rotonda della Besana, nella loro planimetria curva, accolgono i 150 manifesti realizzati da designer internazionali, studenti e bambini di tutto il mondo, ciascuno invitato a partecipare con una propria opera dal grafico milanese Armando Milani.

Come si evince dalle parole sentite pronunciate durante la conferenza stampa svoltasi presso MUBA – sede dell’esposizione con alto valore simbolico per la volontà di porre al centro il bambino, con progetti dedicati all’infanzia per promuovere nei più piccoli uno sguardo aperto sul mondo – l’interesse della mostra è non solo nella presenza fisica dei manifesti realizzati, ma nella idea che l’ha fatta nascere: trovare il modo di esprimere un valore essenziale, da trasmettere con forza in questo momento storico segnato da incertezze diffuse a livello globale.

Il linguaggio del graphic design

Il linguaggio scelto per veicolare i valori contenuti nella parola ubuntu è la grafica:  ogni immagine concentra in sé – in una sola composizione a due dimensioni, potenzialmente replicabile e condivisibile all’infinito, off line e on line – un significato preciso, una rappresentazione creativa, una interpretazione artistica da realizzare attraverso un tessuto di linee, colori, parole.

I 150 manifesti presentati appartengono alla Ubuntu Collection, corpus di opere che nei sogni dei curatori potrebbe trasformarsi in una mostra itinerante per veicolare e condividere ovunque e sempre più a fondo i valori della solidarietà e dell’apertura.

Sogno e immaginazione, per un mondo migliore

Di sogni e di immaginazione in effetti si è parlato tanto, in sede di inaugurazione della mostra. Che cosa conduce l’uomo all’azione, sia essa artistica, culturale, sociale, politica nelle accezioni più feconde e costruttive, se non la curiosità, il desiderio, il sogno, l’immaginazione?

Creare un manifesto è il primo passo necessario per iniziare a visualizzare, a immaginare una realtà nuova da costruire, una realtà da migliorare, un mondo da rendere più consapevole.

Non basta immaginare, certo, ma le premesse sono tutte contenute lì. Occorre passare al concetto Io sono perché noi siamo: è un principio valido per realizzare insieme – e, al contempo, con ciascuno consapevole del proprio percorso individuale – un piccolo frammento di questo sogno, giorno dopo giorno.

Ubuntu Collection nelle parole di Armando Milani

Racconta Armando Milani nella scheda di presentazione della Ubuntu Collection:

«Un toccante esempio di Ubuntu è stato dimostrato da una antropologa che ha proposto un gioco per i bambini di una tribù africana. Ha messo un cesto di dolci e frutta vicino a un albero dicendo “chi arriva primo può tenersi tutto”. I bambini si presero per mano, raggiunsero il cesto e si spartirono tutto fra di loro. L’antropologa domandò il perché di questo comportamento. Loro risposero Ubuntu: come può uno di noi essere felice se tutti gli altri sono tristi?».

Racconta ancora Armando Milani sul processo di realizzazione operativa delle opere grafiche:

«Durante i miei workshop, ho proposto a studenti di diversi paesi di fare prima una ricerca sul significato della parola Ubuntu, sullo stato di necessità e di povertà di certi popoli per provocare delle reazioni emotive, perché solo così si possono esprimere graficamente immagini simboliche di grande impatto. Per affrontare il problema vi sono due modalità: la denuncia della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, oppure messaggi di speranza per un futuro migliore dell’umanità. Nei lavori che ho ricevuto, in generale ha preso il sopravvento la speranza, e ne sono felice».

Immaginiamo? Il sogno di uno sguardo condiviso

A proposito di immaginazione, vedo il numero dei 150 manifesti della Ubuntu Collection crescere a dismisura, raggiungere tutti gli spazi di affissione pubblica e gli schermi dei dispositivi mobili di ciascuno di noi, per poi trasferirsi nello sguardo di ogni persona rivolto agli occhi di un’altra persona che, per caso (apparente) o per scelta, si trova in questo momento di fronte a lei.

Immagino uno sguardo condiviso, di silenzioso coraggio, uno sguardo in fondo semplice, istintivo e naturale, che dagli occhi passa alle dita, alle mani, alle braccia, alle gambe, dalla punta del naso fino alla punta dei piedi, sale in bicicletta, in auto, in autobus, in treno, in aereo e inizia a spostarsi dappertutto.

Uno sguardo accompagnato da un sorriso che non nasconde le difficoltà, ma che grida di affrontarle insieme, per costruire un mondo in cui ci sia ancora speranza.

Approfondisci

Dal sito MUBA – Museo dei bambini Milano:

Ubuntu – I Am Because We Are: 150 manifesti per la solidarietà

Altri miei articoli dedicati a MUBA:

Vietato non toccare. Giocare con Bruno Munari: una esperienza analogica

Colore Muba: tuffarsi nella luce. Di bambini, artisti e progetti al femminile

Percorsi tra parole, colori, voce: dalla progettazione della socialità agli alfabeti magici, dalla lettura per scrivere alla scrittura come nave in mezzo all’oceano

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La consapevolezza, l’esplorazione e la creatività sono il filo conduttore dei laboratori da 21 a 25, compreso un intervallo, che ho pubblicato nel gruppo Facebook NuoviConTesti LAB.
Qui sotto ti lascio qualche appunto in ordine sparso sui vari argomenti trattati, tra loro interconnessi.
E ora, se vuoi: giochiamo? Riesci a indovinare a quale laboratorio si riferisce ogni breve estratto?
Se preferisci, più sotto trovi l’elenco ordinato degli ultimi laboratori.
Ricorda o segna su un taccuino le parole che ti hanno colpito, i titoli ben fatti che hanno mantenuto la promessa, l’avviso pubblico che non si è perso nel burocratese, l’e-mail che non ti ha fatto sbadigliare, l’uso di caratteri, spazi, dimensioni, colori.
La scrittura come strumento quotidiano riguarda due ambiti, quello professionale e quello creativo, che per me si relazionano in modo quasi paradossale: gli ambiti professionale e creativo sono al contempo necessari, complementari e inscindibili.
Qui sotto [nel laboratorio corrispondente] trovi alcuni brevi estratti che permettono di immaginare, da subito, una strategia di comunicazione – e, di conseguenza, una scrittura – fondata sulle relazioni, vale a dire su un percorso che nasce dalla collaborazione, dalla reciprocità.
A che cosa può servirti un testo organizzato secondo un criterio alfabetico? O meglio, partendo a ritroso: come puoi applicare questo schema alla tua scrittura? Come puoi aiutare la tua scrittura attraverso una tecnica alfabetica? Ad esempio, l’alfabeto può aiutarti a individuare una serie di concetti, se hai bisogno di stendere un testo complesso e non sai da dove partire.
L’obiettivo di questo laboratorio è aiutarti a colmare la distanza tra off line e on line, evitare la sensazione che nel web tu appaia in un modo, e di persona in un altro. Non si tratta solo di una spiacevole impressione: si tratta proprio di costruire la fiducia reciproca con l’interlocutore. Sin dalla prima pagina, dal primo articolo, dal primo post.
«Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c’è in Bertham Street, d’estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c’è mai stato».
[aspetta un attimo a gugolare: conosci il libro da cui è tratta la citazione?]

Ora, se ti trovi meglio, ti scrivo un elenco più chiaro dei laboratori.

Laboratorio 21

Alla base della scrittura nei social, e non solo: la «progettazione della socialità» secondo Mafe de Baggis.

Progettare la socialità

Laboratorio 22

Scrivere per esplorare: libri, alfabeti e dizionari magici per attraversare in un modo del tutto nuovo un orizzonte consueto.

Laboratorio 23

Leggere, per scrivere. Per migliorare la tua scrittura da subito e per sempre, prova a fare l’esercizio che ti propongo.

Laboratorio 24 
Scrivere per comunicare: dimmi chi sei. Che cosa occorre fare prima di scrivere?

Dimmi chi sei

[intervallo tra laboratori]
Camminare con la voce. Nuovi e vecchi percorsi tra parole, colori e voce, per scrivere sempre meglio.

Parole, colori, voce

Laboratorio 25

La buona scrittura è una nave in mezzo all’oceano, che ruba l’anima al mondo.

Scrittura e navi